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Aug 31, 2014

The Darjeeling Limited (2007)

Questo finale d’Agosto è stato virtualmente consacrato a Wes Anderson, e mi riprometto di rimediare con un Settembre-Fassbinder e un Ottobre-Herzog. Ma nel frattempo guardo The Darjeeling Limited, e inizio a riflettere sul declino irredimibile di una poetica che già dopo i primi tre film iniziava a mostrare i segni della vecchiaia. Se di poetica si può parlare con Anderson, un regista che dà questa impressione perché ha praticamente girato otto volte lo stesso film, donando allo spettatore affezionato (o masochista) l’illusione di un discorso che prosegue, quando invece regredisce o rimane semplicemente statico nelle sue piccole fissazioni stilistiche.

Il film è la storia di tre fratelli e del loro viaggio in India, finalizzato a metabolizzare la scomparsa di un padre morto e a recuperare una madre distante e fuggita in convento. Ad un primo sguardo sembrano un po’ come i fratelli Marx, e tornano in mente le considerazioni di Zizek sulla triade freudiana: il film, però, procede su tutt’altra linea. The Darjeeling Limited è l’ennesima riproposizione del messaggio fondamentale del regista americano, araldo di un cinema che vuole dire innanzitutto la sua incapacità di dire alcunché. I personaggi sono stanchi, infantili e totalmente immersi in una stramberia che riesce ad essere al tempo stesso irritante, borghese e ingenua. Quello che dovrebbe rappresentare un percorso di formazione, la storia della crescita personale di tre bambinoni troppo cresciuti, sfocia invece nell’eterno ritorno dell’uguale, nella rappresentazione di un viaggio in cui nessuno impara niente, se non ad accettare sorridendo il proprio vuoto. E così i tre fratelli Whitman rimangono imprigionati nella falsa spiritualità da cartolina del turista americano medio, continuano ad atteggiarsi verso la vita con il piglio di chi non riesce a superare l’adolescenza, eppure continuano il proprio viaggio gettando i numerosi bagagli che si erano portati dagli Stati Uniti, suggerendo allo spettatore un accostamento simbolico che semplicemente non trova riscontro nei contenuti del film. Non riuscitissimo, insomma. Ma va bene così, come ci insegna il disimpegno un po’ idiotesco del cinema postmoderno più deteriore.  

Aug 31, 2014 / 4 notes

Anonymous said: xoxoxo

Una rappresentazione lineare di una partita a tris?

Aug 31, 2014 / 2 notes

Bordelli senza muri

La fotografia è un occhio sociale. Ci ho pensato sul treno, mentre leggevo un libro astruso e davanti a me un signore fotografava sfacciatamente una ragazzina. Quel culo, adesso, sarà proprietà comune di amici e colleghi, forse di contatti facebook, chissà: e se io non ho una macchina fotografica nessuno saprà cosa vedo quando, di sera, accendo una lampada e scrivo minutamente i miei pensieri. Da cui la domanda: qualcuno deve saperlo? E la risposta: sì.

Perché la scrittura è la madre della fotografia: un occhio sociale per l’orecchio già da sempre fatto per ascoltare parole che provengono da lontano. Allora penso al mio iPod, alle foto che ho fatto, a quanto diverse sarebbero state se avessi avuto un apparecchio migliore, un filtro instagram – la forma simbolica dello sguardo social – o uno smartphone. Esiste anche l’astigmatismo sociale, insomma.  

Aug 29, 2014 / 1 note

L’intervista di Manuele Fior è un graphic novel sul passato, e quindi non poteva essere ambientato che nel futuro. In un’Italia disunita e sconvolta da una recente sollevazione politica, un medico si trova a vivere una strana relazione con una giovanissima paziente, aderente a un nuovo codice di relazioni sentimentali aperte e convinta di possedere poteri telepatici.

Il racconto vive della nostalgia di un passato disgregato, e si annuncia al lettore come una triste parabola dell’Uno perduto, irraggiungibile, impossibile. Il movimento narrativo di Fior sceglie di mostrarci una società evoluta a livello tecnologico ma emotivamente ancora immatura, in cui i sogni di una nuova redenzione si infrangono contro il peso di un passato invadente, e la possibilità stessa dell’amore cade davanti all’orrore della fine della menzogna.  

Aug 29, 2014

Secret Window (2004)

Secret Window è un pessimo film con un’ottima colonna sonora di Philip Glass, nato da un racconto mediocre di Stephen King e impersonato da un Johnny Depp non nella forma migliore. La storia gira intorno a uno scrittore di successo ma dalla vita sentimentale fallimentare, da poco separatosi dalla moglie. L’irrompere di un personaggio misterioso, un contadino del Mississipi che lo accusa di aver plagiato un suo racconto, innesca un meccanismo di paranoia e schizofrenia abbastanza rudimentale, ormai trito e ritrito allo spettatore smaliziato. L’unica cosa interessante di Secret Window è il titolo: l’idea della finestra segreta, mostrata a più riprese nel corso della pellicola, si incarna infatti a livello simbolico in due aspetti centrali della storia. Da un lato la finestra segreta è il telefono, onnipresente strumento con cui il protagonista si mantiene in contatto con l’ex-moglie, confidandosi con lei e insediandola alle spalle del nuovo compagno; dall’altro la finestra segreta è la bocca dello scrittore, sede di una parola necessariamente muta su carta, e che però esplode in modo dirompente con l’affacciarsi della schizofrenia del protagonista. Detto questo, la debolezza del film è stratificata in più scelte discutibili, a partire dal solito istrionismo gestuale di Depp, del tutto fuoriluogo, per continuare con la scontatezza dello svolgimento, un noioso percorso all’interno della follia dell’amante tradito e abbandonato. Che insomma, ormai non funziona nemmeno più tanto come verosimile miccia emotiva.  

Aug 28, 2014 / 5 notes

Sul tutto come parte: la logica del dibattito sui diritti sociali

Siamo in tempi critici. Con ciò si intende: siamo nel tempo della critica. Concetto sdoganato, reso ormai facile rifugio di chiunque voglia istituirsi come essere senziente piegandosi al feticcio dell’intelligenza, ma soprattutto strumento degli ignoranti che vogliono mascherarsi da ribelli: si tratta della nuova arma di disistruzione di massa. Per questo occorre una critica della critica, come ormai da tempo, come d’altronde in ogni tempo. Perché le parole sono importanti, morettianamente, e il compito dell’intellettuale non dovrebbe essere quello di formulare concetti capaci di far sdilinquire i moderatori televisivi, ma soprattutto di preservare il corretto uso delle parole.

Penso ad una delle forme di critica ormai più diffuse in televisione e su carta, incarnatasi nel dibattito sui cosiddetti diritti sociali: mentre nel mondo scoppiavano guerre civili, crisi economiche e catastrofi ambientali, il mondo dell’informazione faceva fronte comune sul problema dei diritti degli omosessuali e delle donne, dei morenti e dei nascenti. Dandosi, ovviamente, il tono di chi non ha paura di affrontare le questioni serie. Non che in tutto ciò ci sia qualcosa di male, tralasciando l’evidente strumentalizzazione: il problema è quando i diretti interessati svendono la primogenitura dei diritti per il piatto di lenticchie della visibilità, ratificando così una situazione di stallo retorico in cui la logica dei social network ha trapiantato quella della protesta. Accade così che la critica nasconda esattamente gli stessi tratti del criticato, con effetti devastanti per le vittime della sperequazione quanto per la dignità del linguaggio. Ma andiamo con ordine.

La logica della retorica di regime può essere riassunta con una formula piuttosto semplice: la parte presentata come tutto. Qualsiasi protesta politica nasce dal gesto dirompente con cui si smaschera la retorica dell’intero: noi non siamo, noi non vogliamo. La logica della protesta, dunque, vive tramite la negazione dell’impianto discorsivo dell’estabilishment, o al massimo nel suo ribaltamento: siamo la parte, vogliamo essere il tutto. Che già è pericoloso, ma quantomeno rispettabile.

La logica del dibattito sui diritti sociali, invece, si basa sostanzialmente su una nuova fallacia, diversa e addirittura inversa rispetto a quella di regime, ma altrettanto pericolosa (per chi la adotta): si tratta di presentare il tutto come parte. Le sperequazioni lamentate all’interno del dibattito di genere, ma soprattutto all’interno della questione sui diritti dei gay e dei morenti, non riguardano affatto una parte minoritaria della popolazione. La discriminazione che porta una donna attraente a subire una proposta oscena per ottenere un lavoro è la stessa che porta un trentacinquenne obeso ad essere scartato senza proposta oscena allo stesso colloquio. La discriminazione che impedisce al compagno di una vita di essere considerato giuridicamente legato al proprio amante è la stessa che impedisce tutto questo a due amici fraterni o due partner eterosessuali che per qualsiasi ragione non vogliono sposarsi. L’offesa alla dignità del morente, che non ha il diritto di esercitare una libera scelta riguardante la propria esistenza, è un’offesa alla dignità dell’uomo, di chi si trova nella stessa condizione come in una condizione meno grave: è ora di finirla con la retorica dell’enfasi, secondo la quale solo davanti all’estremo un dibattito pubblico è degno di essere aperto. Lo stesso vale per il vetusto sentimentalismo con cui gli omosessuali difendono le loro prerogative: la questione andrebbe difesa non proseguendo lungo l’asse romanticheggiante (e intrinsecamente cattolico) dell’amore eterno e dell’attaccamento per la vita, ma chiamando in causa il diritto di qualsiasi essere ragionevole a configurare la propria vita e il proprio mondo relazionale come meglio crede, senza che una legislazione legata a valori particolaristi giudichi implicitamente e assegni valori diversi a posizioni diverse. In definitiva: il femminismo, il movimento lgbt, il dibattito sulla vita dovrebbero solidarizzare in direzione di un umanesimo consapevole, che la smetta di cercare visibilità tramite l’enfasi posta sulla differenza e sulla sterile tifoseria di partito, e che riconosca (smettendola così di discriminare a sua volta) l’universalità dei diritti e della loro violazione, e il rango di vittime anche a quelle vere minoranze che, prive di sponsor e di visibilità, non possono pronunciare il proprio nome.  

Aug 28, 2014 / 3 notes

Il napoletano ontologico

Ho visto il napoletano ontologico. L’ho visto a Genova, sul bus, tra una vecchietta tipicamente ligure e un punkabbestia non altrettanto tipicamente autoctono. Non ha parlato, ma l’ho riconosciuto immediatamente: l’atteggiamento facciale di fumettosa ironia nei confronti della vita, le smorfie fatte alle cose ed agli eventi, l’ascolto divertito dei cazzi di tutti e la repentina strafottenza, orgogliosa, esercitata tramite lo sbarazzino smanettare al cellulare, mi hanno permesso di individuarlo tra mille. Oddio, tra venti, devo confessare. Ma non è poco.

Alla fine ogni napoletano ha un’idea diversa su cosa significa essere napoletani, e va benissimo così, perché in realtà essere napoletani non significa niente. Ma il senso si crea, come i giochi di parole, e allora è importante che ogni tanto le farneticazioni di un espatriato nostalgico trovino una casuale conferma nell’atteggiamento di un ignaro buzzurro.

Il padre rientra. Leo capisce che deve andarsene. Thomas è restituito, nel momento finale, alla famiglia, alle stesse persone che l’hanno fatto nascere e che ora, con il cuore devastato dalla sofferenza, stanno cercando di aiutarlo a morire. Non c’è posto per lui in questa ricomposizione parentale. Lui non ha sposato Thomas, non ha avuto figli con lui, nessun dei due porta per l’anagrafe il nome dell’altro e non c’è un solo registro canonico sulla faccia della terra su cui siano vergate le firme dei testimoni della loro unione. Eppure per oltre tre anni si sono amati con passione, hanno vissuto insieme a Parigi, a Milano, in giro per l’Europa. Hanno scritto insieme, hanno suonato, hanno ballato. Si sono azzuffati, si sono strapazzati, anche odiati. Si sono amati. Ma è come se improvvisamente, accanto a quel letto d’agonia, Leo si rendesse conto di aver vissuto non una grande storia d’amore, ma una piccola avventura di collegio. Come se gli dicessero vi siete divertiti e questo va bene. Ma qui stiamo combattendo per la vita. Qui la vita è in gioco. E noi, un padre, una madre, un figlio siamo le figure reali della vita. Leo sente allora l’interezza della parola vita abissalmente separata dai grandi accadimenti del vivere e del morire. Come se avesse sempre vissuto in una zona separata della società. Come se il suo star male al mondo, o il suo essere felice, il suo vagabondare, tutto si fosse svolto su un palcoscenico. Ora finiva la rappresentazione. I padri e le madri, la chiesa, lo stato, gli uffici d’anagrafe ristabilivano il loro possesso. Riordinavano, seppellivano, consegnavano tutto alla polvere azzerante degli archivi. Tutto meno l’insignificante dolore di un ragazzo estraneo.
P. V. Tondelli, Camere separate (1989)
Aug 28, 2014 / 7 notes
Aug 28, 2014 / 2 notes

Rushmore (1998)

Con Rushmore Wes Anderson è al suo secondo film, non ancora trentenne, dopo un Bottle Rocket in fin dei conti deludente, germinalmente già viziato da quella pastellosa retorica del weirdo chic che sarà croce e delizia della poetica del regista statunitense. Eppure Rushmore è un film riuscito, riuscitissimo, una high school comedy dall’umorismo ombroso e spiazzante in cui lo stile di Anderson fa ciò che gli riesce meglio: raccontare la condizione surreale di chi non trova un posto nel mondo. E così il tema centrale della pellicola è il tempo, il tempo dell’adolescenza e la sua natura paradossale, dislocante, ma anche trasversare rispetto a una società in cui nessuno riesce più ad essere semplicemente adulto o ragazzo.

Il protagonista è un quindicenne iscritto a una prestigiosa scuola privata, studente pessimo ma animato da una intraprendenza inarrestabile. Tutto in lui è già oltre i paradigmi dell’infanzia, ha già superato la sudditanza al sistema dei voti e delle materie, l’incapacità di crearsi un’identità propria e di dialogare da pari con i docenti e i genitori. Eppure questa stessa maturità è destinata fatalmente a fallire, ricadendo nell’incertezza di una personalità che non sa scegliere tra troppe attività, che scimmiotta un gusto già adulto e che porta Max ad innamorarsi di una giovane docente vedova da poco, altrettanto incatenata nel limbo di un’età che non osa riconoscersi. A completare il trittico l’onnipresente Bill Murray, nei panni di un maturo industriale annoiato e riproiettato con disinvoltura in una ritrovata adolescenza. In definitiva, Rushmore convince proprio per il suo dichiarato disinteresse nei confronti del realismo, che lascia il posto al progetto simbolico di una parabola contemporanea sulla giovinezza che non sa più pronunciare il suo nome.

Aug 27, 2014 / 4 notes

Un romanzo francese inizia così: “L’anno in cui è morta mia figlia è stato il più bello della mia vita”. Rientra a pieno titolo tra i migliori attacchi narrativi di sempre, e mi racconta qualcosa su me stesso, in un momento in cui sono meno portato alle narrazioni e più agli automatismi disgraziati dell’impegno. Ci sono persone destinate a essere felici solo quando sono immerse nell’orrore: chi vive del proprio ottimismo non può sopportare un avvenire pieno di promesse. Eppure apprezzo le sorprese. Oggi ho visto un vecchio pazzo venire cacciato dal tavolo di un bar con fare professionale, perché “è riservato ai clienti”. Per la prima volta, e con qualche anno di ritardo, ho provato un sano disgusto per lo squallido borghesume di chi nasconde il proprio interesse sotto la coperta della buona creanza. Ovviamente la cosa mi ha divertito; ieri, invece, ho rivisto un film perfetto, in cui c’è una scena di circa un minuto che mostra due innamorati nell’atto di sbaciucchiarsi. Mi disgustava fino ai conati, e la cosa, oltre che sorprendermi, mi ha divertito ancora di più. D’altra parte siamo destinati a morire incompresi da noi stessi, che è la garanzia ultima contro la libertà, e contro la noia.  

Aug 27, 2014 / 3 notes

Ascoltare per tre ore dei lacaniani discutere di reale è un ottimo esercizio per la più fondamentale delle virtù: non parlare quando non si ha niente da dire.

Aug 26, 2014 / 3 notes

Le armonie di Werckmeister, di Béla Tarr (2000)

Un film che ho visto tre volte per cercare un’inquadratura che non sia perfetta. Non ci sono riuscito.

Pensano perché hanno paura. E chi ha paura, non sa nulla.
Aug 26, 2014 / 1 note
Solo il Principe vede il tutto. E il tutto non esiste. Solo rovine. Ciò che la gente costruisce, e ciò che costruirà, ciò che fa o che farà è solo inganno e menzogna. Quando si costruisce, la totalità si realizza solo a metà. Nelle rovine è completa.
Le armonie di Werckmeister (2000)
Aug 26, 2014 / 3 notes
Aug 26, 2014 / 4 notes

God Bless America (2011)

God Bless America è uno dei film più divertenti che abbia visto negli ultimi tempi: catartico, ironico, liberatorio. Eppure è, a livello di contenuti, uno dei peggiori film degli anni ‘10, un manifesto della sconfitta dell’etica a favore del compromesso, della denuncia facile e ipocrita, con buona pace di chi continua a credere che l’arte possa dire qualcosa a pochi, invece che nulla a molti.

La storia del film è semplice. Il protagonista è un individuo mediocre, sconfitto dalla vita, profondamente risentito. Vive di un lavoro ripetitivo e noioso, trascorre il proprio tempo dominato dal disprezzo nei confronti del prossimo e dall’assoluta mancanza di desideri propri. Suo unico passatempo è il corteggiamento di una collega, i cui unici due pregi sono una presunta timidezza – che viene immediatamente scambiata per profondità, delicatezza e cortesia – e il fatto di condividere la sua tragica obesità. A un certo punto nella vita di quest’uomo tutto va male: perde il lavoro, perde la famiglia, scopre di avere una malattia terminale. Guardando l’ennesimo show televisivo a base di ragazzine viziate e cinismo a buon mercato, alla fine il nostro si decide e inizia un surreale viaggio per gli States, animato dal desiderio di ammazzare a colpi di pistola chiunque non si commisuri al suo ideale di scoraggiante cortesia insulsa quanto inoffensiva. Fin qui siamo nella pura catarsi: chi non vorrebbe mettere le mani intorno al collo di quelle stronzette viziate che esplodono in urla disumane per aver ricevuto un’auto che costa solo duecentomila dollari? Allo stesso modo, la tagline del film è decisamente accattivanti: “Perché avere una civiltà, se non siamo più interessati ad essere civilizzati?”. Eppure è proprio questo il drammatico difetto di un film come God Bless America: la white liberal bullshit esprime attraverso di esso il conformismo più becero, combattendo il cinismo con il cinismo, e abdicando all’azione sociale e culturale in nome del disimpegno più completo, che trasforma l’omicidio di massa in puro intrattenimento liberatorio. Quale sia la differenza tra questo e osservare una minorenne minorata che strepita per un regalo di compleanno, sinceramente non lo so.

Non si tratta solo di questo. Gli sceneggiatori hanno pensato bene di affiancare al protagonista una spalla, ossia una ragazzina di quindici anni animata dall’odio incondizionato nei confronti di chiunque non condivida i suoi comportamenti o i suoi gusti. Il nostro eroe, giustamente, decide per l’ennesima volta di abbandonarsi alla pura catarsi sfanculizzante e prende la giovine sotto la sua ala protettrice, trasformandola nella propria complice. Però non le dice se è bella, perché non sarebbe etico. Perché per lo spettatore medio, fintamente cinico ma indignabile fino al midollo, lo sterminio di massa di chi non spegne il telefono al cinema va benissimo, ma del sesso consenziente tra un cinquantenne e una sedicenne proprio non si può. Il risultato finale è che God Bless America non riesce nemmeno nel suo unico punto di forza, rivelando il finto desiderio di rompere gli schemi e l’incapacità di offrire allo spettatore un atto di autentica ribellione ai valori costituiti. Con un po’ più di coraggio avrebbe potuto essere un film generazionale, l’atto di accusa di una mente illuminata nei confronti dell’ipocrisia di chi non prova disgusto se non quando comandato; invece si tratta solo di una commediola surreale e piena di buchi, ottima per mangiare un panino davanti a una storia caciarona e pazzerella. Ma niente di più.