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Aug 20, 2014 / 3 notes

Sull’interesse e altri doni

Mi trovo davanti alla porta chiusa di un negozietto. “Si vende”. Al mio fianco turisti più o meno pingui si scambiano motti salaci sula diletto locale, e il perfetto rapporto tra vento e sole mi mette decisamente di buon umore. Penso all’amicizia. Ci penso nella sua accezione più generica, che va dal “prendiamoci una birra” al “vuoi sposarmi?”. Essere amici di qualcuno, amarlo, significa in sostanza voler rendere per lui il mondo un posto più interessante. 

Il problema è che nella maggioranza dei casi l’interesse delle cose si crea. La curiosità non è una caratteristica da segugi, ma da inventori: l’esplorazione è sempre anche creazione. Penso agli innumerevoli racconti, alle sciocchezze trasformate in storie chilometriche, ai dolori fatti barzellette, i dubbi indovinelli, e così via, fino a scoprire che il mondo si fa enigma negli occhi di chi si vuol bene. 

Aug 16, 2014 / 3 notes

La luna e i fanò

Nel mio paese hanno inventato una nuova forma di socialità: il fanò, tipico evento di ferragosto consistente nel non permettere ai giovani di riunirsi intorno al fuoco nella notte più glamour dell’anno. E allora io mi faccio una corsa in giro per il paese, salutando mentalmente i posti che a quanto pare non rivedrò per un bel po’ di tempo: il mare illuminato dai fuochi d’artificio, le vecchie signore che si agitano davanti ai carissimi negozi di borsette, un paio di camerieri completamente sfatti che tornano dal lavoro a piedi. È stata una bella estate. La luna scompare dietro delle nuvole piuttosto artistiche, e decido di interpretare il tutto come un segno senza significato. 

Insomma, si parte. La filosofia, in fin dei conti, consiste sempre in un addio. Significa salpare con l’intenzione di costruirsi una bussola durante il viaggio, così, per gioco. Leibniz forse diceva di non prendere troppo sul serio le cose che dicono i filosofi. E forse, in effetti, non bisogna prendere troppo sul serio nemmeno gli addii. 

Aug 14, 2014 / 5 notes

Sul buon uso dei segreti

Stasera, di ritorno da un pasto troppo lauto, ho passato molto tempo con il mio minuscolo e stupidissimo cane, parlando con lui nel silenzio un po’ ridondante del giardino. Gli ho confidato segreti inimmaginabili. È stato uno scambio di vedute costruttivo, in cui il suo volto attonito e ignaro, al pari di molti tra i miei consimili, mi ha ricordato una massima da tenere sempre presente: mai confidare segreti a chi può capirli, o a chi dovrà passare con noi troppo tempo. 

Aug 12, 2014 / 3 notes

Avanzati e ritornati: sui due volti della mancanza

Ci sono due serie che stanno avendo un discreto successo in questi tempi. Una è francese, si chiama “Les Revenants” (“I Ritornati”); l’altra, americana, è intitolata “The Leftovers” (“I restanti”). Sono due serie in qualche modo speculari: una tratta di persone care tornate all’improvviso dal mondo dei morti, l’altra tratta di persone care che spariscono all’improvviso, e che non tornano più. In entrambi i casi a dominare è la perdita, ed è questo che colpisce lo spettatore: anche la serie francese, all’insegna del ritorno inaspettato, è una storia sulla mancanza e sulla sua ineluttabilità, sull’esser troppo tardi di ogni momento. 

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Les Revenants, tuttavia, è decisamente più interessante della sua controparte d’oltreoceano. Meno Lost e più psicologia, una sceneggiatura di livello firmata da Carrére ma soprattutto la colonna sonora dei Mogwai, che tiene letteralmente in piedi l’intera serie (caso più unico che raro nella storia della televisione). 

Il mercato delle serie sta cambiando in fretta, cosa naturale visto che si tratta di quello più attivo e seguito al momento. Hanno cominciato con le star attori, poi con i registi, ora con sceneggiatori e musicisti. Sempre meglio.

Lillian Bassman, By Night, Shining Wool and Towering Heel, Suit by Handmacher, Evely Tripp, New York, 1954
Aug 10, 2014 / 4 notes

Lillian Bassman, By Night, Shining Wool and Towering Heel, Suit by Handmacher, Evely Tripp, New York, 1954

Joseph Koudelka, Praga, Agosto 1968
Aug 10, 2014 / 1 note

Joseph Koudelka, Praga, Agosto 1968

Martin Parr, New Brighton, England, 1985
Aug 10, 2014 / 1 note

Martin Parr, New Brighton, England, 1985

Aug 10, 2014 / 7 notes

Sul Louvre, ovvero: Cosa mi sono perso?

Sono stato a Parigi, ma non sono stato all’interno del Louvre. Al ritorno mi sono sentito un po’ in colpa, e nel senso quasi religioso del termine: come se avessi peccato. Oggi non fare qualcosa che si può fare in una città o in un luogo turistico è considerato uno spreco, e c’è qualcosa di tragico nel fatto che anche la logica dello svago e del tempo libero debba essere assimilata a quella del lavoro. 

Il problema fondamentale è che il senso del turismo è cambiato. Lo dice uno dei pensatori più grandi del ‘900, quando afferma che oggi noi andiamo nei posti per vedere ciò che abbiamo già visto. La fotografia ha mutato completamente il senso del viaggio. Provo a immaginare cosa dovesse significare viaggiare per vedere un’opera trecento anni fa: averne notizia solo tramite descrizioni celebri, schizzi di altri viaggiatori magari, e fare centinaia o migliaia di chilometri per poter vedere la magia di quel sorriso, di quella proporzione, e trovarsela davanti come un’apparizione improvvisa, come il miracolo che dona senso improvviso all’esistenza. 

Oggi passeggio nel cortile del Louvre, e penso che i giardinetti di fronte sono l’unica cosa che davvero non ho visto. Conosco la Gioconda, conosco i culi pallidi di Ingres e la Vergine di Leonardo. Potrei entrare, fare ore di fila, poi fare un’ulteriore fila per trovarmi davanti all’immortale capolavoro, e scoprire con una punta di delusione che ciò che davvero sto guardando è il museo: la parete che fa da sfondo, il soffitto, la cornice, le bocce spalancate dei turisti del Kansas. Tra la nascita del museo e l’invenzione della fotografia trascorre circa un secolo: l’effetto è andare nel museo serve principalmente ad ammirare i muri del bordello. 

Aug 8, 2014 / 4 notes

Prostituzione e cattolicesimo

Ho delle conoscenti che si prostituiscono. Direi che sono persone assolutamente normali, come si usa quando il discorso riguarda omosessuali, minoranze etniche e criminali, ma in effetti si tratterebbe di un insulto. Come in tutti gli altri casi. 

Ci pensavo discutendo con degli amici. L’idea che la prostituzione sia degradante regge in tre casi: il primo è che si discuta dello sfruttamento della prostituzione, invece che della prostituzione stessa. Fin qui va benissimo, ma ci si dovrebbe ricordare che il mondo del sesso a pagamento non è fatto solo di nigeriane deportate: così è troppo facile. Ci si può prostituire per scelta, o lo si può fare per necessità ma senza optional sgradevoli come un pappone che ti picchia tutte le sere e tutti gli altri cliché, più o meno gettonati e veri, legati all’antico mestiere. 

Il secondo caso è che si discuta in termini assoluti, invece che relativi: se il problema è che qualsiasi tipo di lavoro è degradante, allora se ne può parlare, ma non mi si venga a dire che lavorare dieci ore di fila dietro il banco di un fast food è più dignitoso che fare sesso per denaro. La dignità di un lavoro si misura sulla base di fattori oggettivi: qualità delle condizioni di lavoro, profitti, libertà d’azione e possibilità di essere creativi e propositivi invece che dei semplici esecutori automatici. Da tutti questi punti di vista alcune prostitute svolgono un lavoro di gran lunga migliore rispetto a diverse categorie di salariati.

Il terzo caso è che si sia cattolici. Se si ritiene che il sesso sia qualcosa di estremamente delicato, e che appartenga a una dimensione moralmente determinata con leggi proprie, allora non c’è niente di male a scandalizzarsi se qualcuno si prostituisce, ancor meno a compatirlo. Esiste una versione  depotenziata e apparentemente “laica” di questa posizione, quella secondo cui un lavoro in cui è il corpo a essere sfruttato è implicitamente più degradante di un lavoro in cui si tratta solo dello spirito, o del tempo. Il problema, in questo caso, è che non vedo proprio come essere costretti a rimanere ore in piedi davanti a una cassa, compiendo sempre gli stessi gesti, non sia uno sfruttamento del corpo. Quello che in realtà si intende dicendo ciò, è esattamente quello che dicono i cattolici: il sesso è diverso. Personalmente ritengo che si tratti di un’idea un po’ anacronistica, basata su una concezione del tutto antiquata del rapporto tra corpo e spirito. Ma ancora, se il punto è questo, allora c’è poco da discutere. 

Aug 6, 2014 / 2 notes

Meditazioni parigine - I - Gaiamente gay

Marais è uno dei quartieri più carini della città. Il mio ormai celebre accompagnatore l’ha descritto, con la sua proverbiale eleganza, come il quartiere dei “ricchi ebrei omosessuali”. La cosa che trovo divertente di Marais è che l’architettura del posto è decisamente classica: strade lastricate, muri di granito o di pietra massiccia che a volte danno l’impressione di un borgo medievale. Poi abbassi lo sguardo, e noti che la strada è tappezzata della scritta “Do you like cock?”, mentre al tuo fianco cammina un tipo con la cresta fucsia, la canottiera di rete e delle scarpe rosa ai piedi. Nel centro della zona c’è una libreria molto graziosa. A Parigi è pieno di librerie a tema, ci sono quelle letterarie, quelle artistiche, quelle filosofiche, quelle scientifiche, quelle per stranieri e così via: il minimo è che nel quartiere gay ci fosse una libreria gay. Ci ho fatto un giro, e mi ha sorpreso l’eleganza del luogo: classici della letteratura lungo le pareti, con Pasolini che occupava buona parte della sua lettera; una buona sezione di romanzi erotici, e una sezione ancora più grande di scienze umane, con Foucault a spadroneggiare insieme agli studi sociologici sul mondo del porno e psicanalitici sul significato dell’omosessualità. Tutto questo in un ambiente sobrio, con bei dipinti, pareti colorate e dei commessi estremamente simpatici.

Ora, l’esistenza stessa di un posto del genere non può non apparire come un indiscutibile segno di civiltà. In Italia, e specialmente a Napoli, una libreria settoriale non potrebbe esistere, e non per ragioni di discriminazione, ma di mercato: provate ad aprire una libreria filosofica a San Domenico, e poi fatemi sapere come va a finire. L’impressione generale, tuttavia, è che in una città come Parigi lo statuto delle minoranze abbia raggiunto il proprio grado perfetto: permane la discriminazione, ma principalmente nei suoi risvolti positivi, ossia come identità. Da questo punto di vista non sembra che l’integrazione voglia spingersi oltre un certo limite, perché ciò significherebbe rinunciare ai vantaggi della diversità: come ci ricordano il grandissimo Doug Stanhope o Peggy di Mad Men, molte persone “normali” hanno esattamente gli stessi problemi, se non più gravi, di chi appartiene a una minoranza, con la differenza che nessuno fa manifestazioni per strada in loro nome. E allora, con un po’ di sana ironia, mi chiedo perché a Parigi debba esserci la libreria dei gay ma non quella degli enigmisti, e trovare un testo di Pasolini debba essere tanto più facile che sfogliare i lipogrammi di Perec e le invenzioni di Queneau. La discriminazione, insomma, si dice in molti modi.

Aug 4, 2014

Cronache parigine - IV

Ieri siamo stati a Montmartre, quartiere che mi è stato presentato come povero ma costoso, pendente ma elevato, trascurato ma caratteristico: insomma, un posto perplimente. Mi ci sono aggirato con i miei insostituibili compagni di viaggio, e le epifanie sono state numerose. Tutto è cominciato con un signore dai tratti visibilmente leibniziani: l’ubriachezza l’aveva proiettato in un mondo possibile molto lontano dal nostro, e i movimenti arzigogolati delle sue gambe obbedivano a una armonia prestabilita che nulla poteva avere a che fare con una decisione meramente umana. Mentre lui continuava sulla sua strada, elaborando teodicee a base di sidro bretone e chardonnay, mi imbatto festoso in un parco celebre per il muro dell’amore. Si tratta di una parete nera con su la frase “ti amo” scritta in tutte le lingue del mondo. Pieno di indignazione mi allontano, fantasticando su orribili cataclismi ai danni del popolo francofono, quando mi si manifesta all’improvviso una signora visibilmente nietzschiana: scesa di casa in accappatoio, trasvalutava eroicamente tutti i valori diretta a una farmacia, da cui è uscita subito dopo con un flaconcino, contenente probabilmente volontà di potenza in gocce. Dopo poco tempo siamo entrati in una pasticceria/gioielleria, dove con fare sfrontato veniva esposta una Notre-Dame di cioccolato. Andando via verso casa, siamo anche passati velocemente verso la basilica del Sacro Cuore, che mi era stata preannunciata come “vagamente orientale” a eterno monito delle curiose (ma profonde) opinioni architettoniche del mio ospite parigino.

Thomas Couture, The Romans of the decadence (1847)
Aug 3, 2014 / 1 note

Thomas Couture, The Romans of the decadence (1847)

Aug 2, 2014 / 5 notes

Cronache parigine - III

Oggi l’errabondare mi ha condotto a Pigalle, noto covo di pazzi, imbonitori e falli di plastica. Ci sono arrivato a piedi, confidando nel mio proverbiale senso dell’orientamento, dopo un maldestro tentativo di rapina da parte di un nordafricano poco convinto della propria professione. Confesso che il quartiere del Moulin Rouge perde un po’ del suo fascino di giorno: il mulino è fermo, le strade sono costellate di senzatetto, un vecchio demente mi ha preso a pugni la spalla per una decina di metri prima di lanciarsi dentro un giardinetto. Nelle tre ore di passeggiata sono stato abbordato ripetutamente dalle buttadentro degli strip club, cosa che mi fa temere sull’impressione che do ai Francesi e agli esseri umani in generale, probabilmente di un ricco magnate dell’industria o di un gonzo vagamente satiro (ho un sospetto su quale delle due). In generale, devo dire, ho avuto impressioni contrastanti: la sporcizia diffusa non fa atmosfera come da noi, e il tipo più simpatico che ho incontrato è stato il direttore di un sexy shop che mi ha ringraziato lungamente per la visita, nonostante non avessi comprato niente. Alla fine, poi, ho visitato con i miei insostituibili compari il Museo dell’erotismo, un enorme minestrone kitsch di cianfrusaglie erotiche provenienti da tutto il mondo: esilarante.  

Jul 31, 2014 / 8 notes

Cronache parigine - II

Il mio sodale parigino (tipo dal temperamento poco sobriamente filosofico) mi racconta che a Parigi la popolazione di colore ha inventato un grazioso neologismo: Bounty. In questo modo chiamano i negri sbiaditi, quelli che si sono imborghesiti e hanno abbandonato le proprie radici: negri fuori, bianchi dentro. Meraviglioso.

Jul 31, 2014 / 7 notes

Cronache parigine - I

Il mio viaggio verso la capitale del francesume assortito inizia all’insegna della goliardia: l’impiegata al check-in mi dice che non c’è bisogno di stampare il biglietto, basta averlo in formato elettronico, e pensa evidentemente a uno smartphone. Io, che ho un phone ma che non sono particolarmente smart, tiro fuori il mio comodo pc da 17 pollici, e le sciorino un file pdf con la carta d’imbarco. Ilarità in sala, la signora dice “No, ci voglio provare”, e punta con fare avventuroso la pistola laser contro lo schermo. Fallisce miseramente. Dopo qualche tentativo lo sfizio passa, troviamo una soluzione empirica, fuggo verso l’imbarco e mi faccio palpare da un simpatico giovane lampadato prima di sfrecciare verso l’inclito mezzo. Capito al fianco di due fieri esponenti della razza partenopea, fieri di ignorare qualsiasi lingua straniera (italiano compreso), spudorati nel chiedermi di fare da interprete per ogni occasione utile: i deliri dell’effemminatissimo pilota, le indicazioni delle hostess, le contrattazioni per una fondamentale bibita energetica al modico prezzo di 3.80 euro durante il volo. L’arrivo a Parigi è all’insegna della delusione: l’aeroporto somiglia tragicamente a quello di Napoli, la macchina dei biglietti non funziona, la fila è immensa, le guardie sono dei loschi figuri slavi dall’occhio evidentemente proiettato nostalgicamente verso il bar della stazione. Il treno per il centro mi conduce attraverso un panorama fatto di sterpaglie, grigiore, affreschi urbani: mi sento per un momento a casa. Poi arriva la città, e il mio sodale pensa bene di inaugurare il mio tour con il quartiere algerino: Parigi passa per città cosmopolita, ma in realtà è una specie di parco a tema diviso in ghetti separati dallo stile, dai prezzi e dall’odio razziale. Ma di questo, più avanti.