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Sep 14, 2014 / 181 notes

(via animageisha)

Sep 14, 2014 / 1 note

Bisognerebbe firmare una petizione per chiamare l’Intercity Notte “Freccianegra”. Un po’ di sano umorismo non ha mai ucciso nessuno, e si tratta di un dato evidente. Nel frattempo la classe business del Frecciarossa ha le poltrone in pelle umana, così, per gradire. 

Sep 11, 2014 / 5 notes

Per esempio, i bancomat. Oggi dovevo ritirare dei soldi, e ho dovuto inserire la mia carta in un marchingegno per aprire la porta esterna. L’idea sottesa a questo meccanismo è che i ladri non hanno il bancomat. I banchieri sono adorabili.

Sep 11, 2014

Anonymous said: come va ?

Caro Anon, come deve andare? Va anonimamente. Ci muoviamo nell’ombra, è tutto un guazzabuglio. Ossequi!

Esiste un fastidioso ma assai identificabile complesso di superiorità generato dall’aver fatto qualche viaggio in più o qualche soggiorno all’estero più lungo rispetto alla media degli uomini. Chi ne è affetto si riconosce dal plusvalore che tende ad attribuire alle proprie esperienze, dalla frequenza con cui cita usanze straniere e costumi, parole, cibi altrui. Come tutte le malattie, anche questa colpisce in maniera più o meno grave, solo che quasi nessuno ne è immune. È vero che nei viaggiatori cadono alcuni pregiudizi e che la mente, come si dice, “si allarga”. Ma cala anche un velo di manifesta o latente supponenza e anche sugli occhi dei migliori. Come molte malattie, anche questa ha cause che la giustificano. Perché, quando da un posto te ne sei andato e poi ritorni, spesso hai davvero la sensazione di aver capito qualcosa. Però è un’illusione, perché la verità, se esiste, non può essere condizionata dal movimento, e se bastano a influenzarla un cambio d’orizzonte, qualche treno e qualche aereo, qualche chilometro in più, allora non è la verità.
Antonio Franchini, L’abusivo (2001)
Sep 10, 2014 / 5 notes
Sep 8, 2014

Anonymous said: :(

;;.;;—-:!

Sep 6, 2014 / 5 notes

Il percorso

Il decadimento lessicale di quest’epoca ha creato un nuovo concetto con una vecchia parola: percorso. Quando la sento so già con chi sto parlando: una persona tendenzialmente piena di sé, probabilmente risentita per non aver fatto ciò che voleva o per aver perso evidenti occasioni, bisognosa di mostrarsi più colta e attiva di ciò che realmente è. Se segui un percorso tutto è giustificato, ogni scelta è quella giusta, ogni fallimento è “parte di un processo più ampio”. E allora non si sbaglia, perché la verità è che si continua a chiamare percorso l’assoluta mancanza di percorso, la genericità un po’ ipocrita dell’anything goes, perché tutto fa brodo, cioè esperienza.

Io non seguo nessun percorso. Mi infastidisce tremendamente questa retorica della menomazione, che salva gli sconfitti dal pronunciare il proprio nome. Come se d’altronde, prima o poi, non lo fossimo tutti.

Io non seguo nessun percorso, perché preferisco dire il mio fallimento piuttosto che disimparare a parlare. 

La lotta dell’uno contro il due oltrepassa la filosofia. Si svolge nel corpo, nelle passioni, nelle istituzioni sociali come nei concetti. Spinoza si è battuto con tutto il suo esser per la verità. Non è un semplice filosofo. È un saggio. Se ha dato alla sua opera una cornice filosofica e persino matematica, lo ha fatto perché le sue attitudini particolari lo portavano a battersi soprattutto su quel terreno, a parlare soprattutto quella lingua. Ma, così com’è, l’Ethica racchiude i germi di una rivoluzione totale, quella che deve rovesciare tutto in tutti gli uomini.

René Daumal, Spinoza o la dinamite filosofica (1932)

Sep 5, 2014 / 4 notes
Sep 5, 2014 / 4 notes

Sulla perdita, ovvero: come essere felici tra i fantasmi.

Oggi ho perso una cosa. Qualche giorno fa, invece, ho perso una cosa importante. Qualche settimana fa ho avuto l’impressione di perdere me stesso, e se rivango negli ultimi anni mi accorgo che è da quando ho iniziato a perdere che ho iniziato a vivere da essere umano senziente.

Da qualche tempo ho l’impressione che la mia felicità sia possibile solo se accetto di vivere tra gli spettri. Lo spettro, per definizione, è l’impossibile che si manifesta come possibile, e che chiede soddisfazione: la felicità non è conquista, ma educazione al desiderio. Cioè alla mancanza. E la mancanza si riempie perdendo, perdendosi. 

È che siamo esseri umani, incrostati di inessenzialità. Accettare la sconfitta del passato, l’idea di aver commesso degli errori, di aver fatto scelte sbagliate, di aver perso del tempo insomma - perché al tempo, in fin dei conti, tutto si riduce - è l’unico modo per guadagnare tempo, per scoprire che il tempo non è vuoto ma pienezza, non spettacolo ma organismo. 

In ogni caso è il destino emblematico di un membro della nostra borghesia napoletana, ormai simile in tutto al ceto medio di mezzo mondo; uno di noi che, ancora oggi, per differenziarci dall’unanime mediocrità, ostentiamo una supposta confidenza col crimine, come se da questa vicinanza ce ne venisse una superiore scaltrezza, una più profonda scienza del mondo, il riverbero sinistro che dovrebbe esaltare il nostro saperci convivere.
Tutto questo è la naturale conseguenza di ciò che è diventato soprattutto narrazione, dove la condanna si perde nella voluttà del racconto e il pensiero elementare si allontana, inseguito dalle leggi di una vasta fiction, per la quale tutto è comunque finto, i difetti diventano peculiarità del personaggio e gli esseri più spregevoli figure dal fascino complesso.
Il pensiero elementare, quello che slitta in zone remote della percezione, è immaginare di stare parcheggiando sotto casa quando sentiamo esploderci la testa. Quanto dura? Quanto dolore c’è? Quanta consapevolezza?
Qualche volta ci penso, quando parcheggio sotto casa: ora spengo il motore e mi scoppia la testa.
Uno dovrebbe immaginarsi solo questo, quando pensa a una storia così o ad altre simili, storie fatte per essere esumate ogni tanto e poi archiviate perché la memoria non le può contenere tutte.
Nell’intrecciarsi della loro trama, gli omicidi che talvolta si ricordano per sollevare le più svariate questioni finiscono col nascondere la considerazione più semplice, che un corpo si è rotto per mano di qualcuno e che somministrare la morte è un’indecenza.
Antonio Franchini, L’abusivo (2001)
Sep 4, 2014 / 3 notes
regardintemporel:

Vladimir Zidlicky
Sep 4, 2014 / 58 notes

regardintemporel:

Vladimir Zidlicky

(via micoldaniels)

Sep 3, 2014

Anonymous said: Non voglio saperne nulla, non credo capirò mai. Non mi interessa, non più.

Caro Anon, saperne qualcosa è un po’ come mandare messaggi anonimi su Tumblr. Tutti vogliono farlo, ma nessuno sa effettivamente perché. 

Sep 3, 2014 / 9 notes

Nudità e lussuria, ovvero: come difendere la Lawrence senza essere cattolici.

In questi giorni sono fermo. Sull’isola che credevo di aver già lasciato, solo, a scandire i ricordi nel silenzio. A ricapitolarmi, che non fa mai male. E ad assistere al primo esempio vero, sincero, di approccio non cristiano ma umano alla morte. Insomma, sono tempi amari e interessanti.

Per fortuna che c’è la Lawrence, quella burlona, ad animare le discussioni da salotto internettiane con le sue foto osé traspirate dal cloud dell’iPhone. Il livello zero della discussione in questi casi, la contrapposizione fondamentale che appare senza eccezione, è sempre la stessa: da un lato chi dice che non bisogna vedere le foto per non “stuprare” la Lawrence, dall’altro chi dice che la Lawrence se lo merita perché si è fatta quelle foto, e quindi è sostanzialmente una pervertita, o peggio. 

Questo dibattito non mi interessa, perché affrontarlo sarebbe come scrivere un’epistola a Bellarmino sui moti celesti. Mi interessa invece molto il discorso più comune con cui alcuni difendono la Lawrence: bisogna imparare a distinguere tra nudo e perversione, perché dopo secoli di storia dell’arte (???) è finalmente il caso di “desessualizzare” il nudo. 

Ora, questo discorso mi interessa perché è pericolosissimo: è più cattolico del cattolicesimo. Il problema del cattolicesimo non è il nudo, ma il desiderio. L’idea della nudità priva di lussuria non è una rivoluzione di coscienza, ma è il ritorno all’idea fondamentale del pensiero giudaico-cristiano, quella del paradiso terrestre in cui Adamo ed Eva sono nudi ma senza peccato, perché non provano desiderio. E allora due domande: 

1) Ma siamo veramente disposti a far finta che quelle foto siano foto “non sensuali”? 

2) Non è il caso di cambiare strategia, ossia di smetterla con questo perbenismo di secondo livello per cui “il nudo non fa male perché non implica desiderio”?. Passiamo piuttosto al: “sì, la Lawrence è una tipa allegra, cosa c’è di male?”. Proviamo a riconoscere il dominio del perverso, del fantasmatico, come una dimensione legittima della vita di chiunque, e smettiamo di elaborare femminismi, discorsi di genere, teorie della vita pubblica che si propongono come rivoluzionarie, ma che puzzano invariabilmente d’incenso.

Infatti mia madre e mia nonna, che è sua madre, vivono assieme da sessantacinque anni, e per questo si odiano. Essere bambina, ragazza, giovane donna sposata, madre, vedova e vecchia sempre sotto gli stessi occhi che ti scrutano e ti commentano è un’altra delle cose contro natura che si vedono da queste parti.
Sep 3, 2014 / 7 notes
Non sapremo mai se diventiamo ciò che siamo perché nati in un luogo invece che in un altro. Quando la vita non prevede la possibilità di una controprova, cioè quasi sempre, essere nati da una parte o dall’altra non è uno svantaggio, non è una fortuna e non è destino, non è niente. Ma a noi in un certo tempo della vita dispiace e in altri momenti piace appartenere a qualcosa o a qualcuno.
A. Franchini, L’abusivo (2001)
Sep 3, 2014 / 10 notes