In superficie

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goddoesntlimp:

“Per noi che sappiamo guardare le cose, per noi che non permettiamo che le nostre azioni abbiano mai altro principio che quello fondato sulla più assoluta onestà, sulla realtà, sulla (posso dirlo?) verità, è fatale che l’amore e il rispetto dei nostri contemporanei rimangano eternamente irraggiungibili.
Mi creda, Philipp, quando le dico che non sono certo mancati i momenti in cui mi ha assalito, feroce ed implacabile, il dubbio di stare commettendo una imperdonabile imprudenza a barattare l’amore con la ragione… In quei momenti, la sola consolazione (giacché le sue orecchie sono troppo nobili per credere alla favola secondo la quale agli spiriti liberi non occorrerebbero consolazioni) è stata sapere che per me il disprezzo e l’oblio saranno una salvezza. Una salvezza, lei mi capisce, dalla chiacchiera e dal fraintendimento: mi si disprezzi pure in vita, mi si neghi l’amore, vengano meno i miei amici più cari, la morte mi colga pure nella completa solitudine e nel più impenetrabile silenzio. Con questa moneta pagherò, e non è un prezzo risibile, la soddisfazione di sapere che i miei scritti non saranno mai ridotti a futile orpello per le conversazioni dei borghesi ingrassati, delle duchesse annoiate e dei filistei. Preferisco cento, mille volte sapere che nessuno si ricorderà di quel folle che osò dire “tutto ciò che si fa per amore va sempre al di là del bene e del male” piuttosto che sapere le mie parole, come quelle di un novello Cristo (e che ho a che vedere io con Cristo?), ripetute ottusamente e senza intendimento in ogni salotto di Parigi, in ogni disputa da birreria, in ogni diatriba tra socialisti o negli insulsi pamphlet di tutti i novelli La Rochefoucauld del tempo a venire.
Non è lontano il giorno in cui qualcuno di questi nostri nuovi geni europei si inventerà qualche sistema, oggi ancora tutt’affatto inimmaginabile, che permetta finalmente ad ogni Guy Fawkes a salve, intellettuale farcito, esistenzialista malaticcio o filisteo d’Europa, di poter far sfoggio di idee riciclate e di citazioni argute senza nemmeno dover uscire di casa. I nomi di Goethe, di Platone, di Schopenhauer, saranno allora fatalmente assorbiti in questo gioco perverso, e irrimediabilmente insozzati dal passaggio reiterato attraverso bocche, orecchie e cervelli indegni. Non crede lei che Platone, che per sfuggire all’ignoranza del volgo era disposto a rinunciare alla famiglia e alla proprietà, avrebbe di gran lunga preferito l’oblio a questo passaparola tra lavandaie?
Ecco, Philipp, perché credo di non avere, in quanto spirito superiore, il diritto di lamentarmi: sapere che ai miei scritti sarà risparmiato un tale oltraggio mi ripaga abbondantemente di tutto l’amore che mi è stato negato.”
F. Nietzsche, Lettera a Philipp Lahm, 1889 (trad. it. di G.Mastellone in Rivoltarsi nella tomba. Indagine sulla presenza di Friedrich Nietzsche sui social network, 2012)

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“Per noi che sappiamo guardare le cose, per noi che non permettiamo che le nostre azioni abbiano mai altro principio che quello fondato sulla più assoluta onestà, sulla realtà, sulla (posso dirlo?) verità, è fatale che l’amore e il rispetto dei nostri contemporanei rimangano eternamente irraggiungibili.

Mi creda, Philipp, quando le dico che non sono certo mancati i momenti in cui mi ha assalito, feroce ed implacabile, il dubbio di stare commettendo una imperdonabile imprudenza a barattare l’amore con la ragione… In quei momenti, la sola consolazione (giacché le sue orecchie sono troppo nobili per credere alla favola secondo la quale agli spiriti liberi non occorrerebbero consolazioni) è stata sapere che per me il disprezzo e l’oblio saranno una salvezza. Una salvezza, lei mi capisce, dalla chiacchiera e dal fraintendimento: mi si disprezzi pure in vita, mi si neghi l’amore, vengano meno i miei amici più cari, la morte mi colga pure nella completa solitudine e nel più impenetrabile silenzio. Con questa moneta pagherò, e non è un prezzo risibile, la soddisfazione di sapere che i miei scritti non saranno mai ridotti a futile orpello per le conversazioni dei borghesi ingrassati, delle duchesse annoiate e dei filistei. Preferisco cento, mille volte sapere che nessuno si ricorderà di quel folle che osò dire “tutto ciò che si fa per amore va sempre al di là del bene e del male” piuttosto che sapere le mie parole, come quelle di un novello Cristo (e che ho a che vedere io con Cristo?), ripetute ottusamente e senza intendimento in ogni salotto di Parigi, in ogni disputa da birreria, in ogni diatriba tra socialisti o negli insulsi pamphlet di tutti i novelli La Rochefoucauld del tempo a venire.

Non è lontano il giorno in cui qualcuno di questi nostri nuovi geni europei si inventerà qualche sistema, oggi ancora tutt’affatto inimmaginabile, che permetta finalmente ad ogni Guy Fawkes a salve, intellettuale farcito, esistenzialista malaticcio o filisteo d’Europa, di poter far sfoggio di idee riciclate e di citazioni argute senza nemmeno dover uscire di casa. I nomi di Goethe, di Platone, di Schopenhauer, saranno allora fatalmente assorbiti in questo gioco perverso, e irrimediabilmente insozzati dal passaggio reiterato attraverso bocche, orecchie e cervelli indegni. Non crede lei che Platone, che per sfuggire all’ignoranza del volgo era disposto a rinunciare alla famiglia e alla proprietà, avrebbe di gran lunga preferito l’oblio a questo passaparola tra lavandaie?

Ecco, Philipp, perché credo di non avere, in quanto spirito superiore, il diritto di lamentarmi: sapere che ai miei scritti sarà risparmiato un tale oltraggio mi ripaga abbondantemente di tutto l’amore che mi è stato negato.”

F. Nietzsche, Lettera a Philipp Lahm, 1889 (trad. it. di G.Mastellone in Rivoltarsi nella tomba. Indagine sulla presenza di Friedrich Nietzsche sui social network, 2012)

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Luci del varietà è un film diretto da Federico Fellini e Alberto Lattuada nel 1950. Non si può dire che sia un film perfetto, ma oltre ad essere molto bello contiene certamente tutti gli elementi che servono a comprendere il cinema del Fellini maturo: la passione per lo spettacolo e per tutto ciò che ha una vaga aria circense, l’esibizione di personaggi attraversati dal conflitto tra una teatralità esasperata e la segreta pochezza di una vita intima e privata insoddisfacente, la ferma convinzione che la realtà è composta anche dallo straordinario. 

Luci del varietà è un film diretto da Federico Fellini e Alberto Lattuada nel 1950. Non si può dire che sia un film perfetto, ma oltre ad essere molto bello contiene certamente tutti gli elementi che servono a comprendere il cinema del Fellini maturo: la passione per lo spettacolo e per tutto ciò che ha una vaga aria circense, l’esibizione di personaggi attraversati dal conflitto tra una teatralità esasperata e la segreta pochezza di una vita intima e privata insoddisfacente, la ferma convinzione che la realtà è composta anche dallo straordinario. 

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He smiled understandingly - much more than understandingly. It was one of those rare smiles with a quality of eternal reassurance in it, that you may come across four or five times in life. It faced - or seemed to face - the whole eternal world for an instant, and then concentrated on you with an irresistible prejudice in your favour. It understood you just so far as you wanted to be understood, believed in you as you would like to believe in yourself, and assured you that it had precisely the impression of you that, at your best, you hoped to convey.

F. S. Fitzgerald, The great Gatsby (1925)

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Mio padre in macchina mi ha detto: “Purtroppo io adesso non ho più bisogno di niente”. 

Che frase strana. Sia in Occidente che in Oriente si è spesso detto che la felicità consiste nell’assenza di bisogni. Eppure quel signore panciuto e sorridente al quale questo insegnamento viene spesso ascritto dimenticava un fattore essenziale: il bisogno di avere bisogni. 

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Il mio piede sinistro è un film del 1989 diretto da Jim Sheridan, basato sull’omonimo romanzo di Christy Brown. Il merito principale di questo film è essere riuscito ad essere meno melenso di quanto ci si aspettava dalla trama, la storia di un handicappato che vive potendo controllare esclusivamente il suo piede sinistro, ma che riesce nonostante questa difficoltà a diventare un artista affermato. Ah sì, questo film è anche la dimostrazione che Daniel Day Lewis è un grande attore, ma che un po’ gli piace vincere facile. 

Il mio piede sinistro è un film del 1989 diretto da Jim Sheridan, basato sull’omonimo romanzo di Christy Brown. Il merito principale di questo film è essere riuscito ad essere meno melenso di quanto ci si aspettava dalla trama, la storia di un handicappato che vive potendo controllare esclusivamente il suo piede sinistro, ma che riesce nonostante questa difficoltà a diventare un artista affermato. Ah sì, questo film è anche la dimostrazione che Daniel Day Lewis è un grande attore, ma che un po’ gli piace vincere facile. 

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Su Dan Brown e l’Oulipo

Non ho ancora letto Inferno, il nuovo thriller investigativo di Dan Brown che sicuramente già avrà fatto storcere il naso ai puristi del romanzo intellettuale, della letteratura per così dire “classica” e, diciamocelo pure, della cultura per pochi. Mi è venuto in mente di scrivere prima di leggerlo perché in realtà può benissimo darsi che il romanzo sia una colossale ciofeca, vale a dire: noioso, scontato, poco scorrevole. Questo, tuttavia, non è molto interessante. Quando si parla male di Dan Brown, come dei vari romanzieri à la Ken Follett che riescono a raggiungere vendite stratosferiche, il problema non è che i loro libri sono brutti, ma semplicemente che non rispondono a quell’ideale di letteratura “elevata” sulla base del quale uno non può appassionarsi a Dante perché dietro c’è una fichissima storia di omicidi plurimi e sette segrete, ma deve farlo solo e unicamente perché la Divina Commedia è un complesso mondo in cui la teologia medievale, la filosofia scolastica e la poetica dello Stil Novo si condensano in immortali endecasillabi. Mi sembra già di sentire un corale “dupàlle” a chiosa. 

Non credo che Dan Brown faccia alta letteratura, ma sono certo che abbia un grande merito: mostrare un po’ a tutti, soprattutto a chi un’istruzione ce l’ha, che la cultura può essere divertente e piacevole, che è possibile utilizzare la storia dell’arte, della filosofia o delle nazioni per costruire dei romanzi il cui scopo sia ludico, e che in questo fine non ci sia niente di male. La cultura, in fin dei conti, è un grande gioco.

Mi viene in mente un paragone vagamente blasfemo con l’Oulipo. I vari Queneau, Perec e Calvino condividevano questa passione per il racconto che si costruisce e si legge come un gioco di parole in senso letterale, in cui è la componente ludica stessa a fare il senso principale dell’opera. Come diceva Queneau, “non si scrivono romanzi per intristire il popolo”. 

Eppure si tratta di opere che meritano un posto tra i grandi capolavori della letteratura del ‘900. Probabilmente più complesse di molti polpettoni scritti al solo scopo di fare gli intellettuali, si leggono ridendo e appassionandosi alla doppia avventura di una storia avvincente e di una scrittura tormentata da regole sempre più difficili. Un esempio bellissimo è La scomparsa, di Georges Perec: un romanzo di 300 pagine scritto interamente senza utilizzare la lettera “e”. Complimenti a Perec, ed al suo intrepido traduttore. 

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La possibilità di una fantasia illimitata, spinta all’infinito, autonutritasi di una sproporzionata paratassi, di una continua novità dai confini ognora più ampi si dà soltanto - o al minimo - quando non vi sia una sola parola fortuita, dovuta quindi al caso, al tran tran, alla natursimiglianza, al bla bla, ma, al contrario, si dà soltanto quando ogni parola sia stata scritta con in mano un finissimo staccio, sotto il diktat di una norma assoluta!

Georges Perec, La scomparsa (1969)

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Dal Carosello allo streaming

Appartengo ad una generazione che non ha avuto modo di vedere Carosello, e che tuttavia ne conosce la caratteristica principale: ad un certo punto la trasmissione finiva, e con essa la programmazione televisiva tutta, fino al giorno seguente. Oggi una cosa del genere è pura fantascienza, e non sarei sorpreso se un quindicenne di oggi si mostrasse incredulo davanti a questa affermazione. Ho conosciuto la televisione in un periodo in cui internet non esisteva (o esisteva per pochi), e ricordo che la sua funzione peculiare era quella di scandire degli orari: i cartoni della mattina, il film della sera, il telefilm del pomeriggio e i telegiornali. Addirittura il satellite, nelle sue versioni pre-Sky, assolveva a questa funzione: su Tele+ dopo le 23.00 era porno o pubblicità, e non c’era molto altro da tenere in considerazione. 

La caratteristica principale di Internet è quella di distruggere questa scansione temporale offerta dalla televisione: Internet non si spegne, non muore, non si interrompe. Soprattutto, su internet tutto è sempre disponibile, e insomma, prima ancora di contribuire alla formazione del web tramite l’irrogazione di contenuti, l’utente si crea il proprio web, stabilendo da sé cosa vedere e in che ordine, ma soprattutto a che ora. La televisione satellitare odierna, mi pare, assolve a questa funzione in modo simile: prima ancora che sopraggiunga la televisione interattiva, su Sky ci sono comunque abbastanza canali da poter vedere sempre ogni genere di cosa, senza restare legati a orari. 

Con internet, tuttavia, la cosa non si ferma qui: è vero che non si è più legati a orari, ma con il nuovo Web 2.0 si è legati alla continua proposta di contenuti data dai vari siti, social network, messenger. La libertà di scegliere i propri tempi si trasforma nell’obbligo silenzioso di non avere tempi, di essere costantemente connessi per non restare indietro, per far sì che il tempo non sia più scandito, che la giornata duri 24 ore e che nessuna di queste sia, in linea di principio, diversa dall’altra. 

E abbiamo l’Iphone. 

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The Departed è un film del 2006 diretto da Martin Scorsese e ispirato ad un film orientale intitolato Internal Affairs. Non sono un esperto di questo regista, di cui ho visto davvero poco, ma credo che una delle caratteristiche dei grandi registi sia quella di saper nobilitare il genere cinematografico da loro scelto con contenuti elevati senza snaturarlo. 
Questo film, insomma, è una bella riflessione sull’identità e sul suo rapporto con la giustizia, sorretta da una trama avvincente e da una regia dai ritmi narrativi semplicemente fantastici. Non è un “classico” del cinema, ma rientra pienamente tra i migliori thriller polizieschi degli ultimi anni. Scorsese, insomma, riesce a fare un ottimo thriller senza trasformarlo in qualcos’altro, arricchendo il cinema di genere senza snaturarlo come, talvolta, ha fatto Kubrick. 

The Departed è un film del 2006 diretto da Martin Scorsese e ispirato ad un film orientale intitolato Internal Affairs. Non sono un esperto di questo regista, di cui ho visto davvero poco, ma credo che una delle caratteristiche dei grandi registi sia quella di saper nobilitare il genere cinematografico da loro scelto con contenuti elevati senza snaturarlo. 

Questo film, insomma, è una bella riflessione sull’identità e sul suo rapporto con la giustizia, sorretta da una trama avvincente e da una regia dai ritmi narrativi semplicemente fantastici. Non è un “classico” del cinema, ma rientra pienamente tra i migliori thriller polizieschi degli ultimi anni. Scorsese, insomma, riesce a fare un ottimo thriller senza trasformarlo in qualcos’altro, arricchendo il cinema di genere senza snaturarlo come, talvolta, ha fatto Kubrick. 

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Perché non dovresti dire ad un uomo che le tue tette sono come le ruote di una bici

Ah, la primavera, che magnifico periodo dell’anno. Gli uccellini cinguettano, i turisti tedeschi iniziano a invadere la mia isola e le femministe, vedendo che le donne portano abiti più succinti e che gli uomini hanno la faccia tosta di guardarle, subito suonano l’allarme e si lanciano in seriosissime tiritere contro la rozzezza e l’indelicatezza dell’universo genere maschile. E’ fantastico. 

Mi riferisco nello specifico al post di una ragazza americana che si intitola “Perché non si dovrebbe dire a quella ragazza sconosciuta che è bona in mezzo alla strada”. Lo potete trovare qui. L’autrice, che correda il blog con il suo smagliante ed allegro sorriso si descrive come atea, femminista, progressista e aspirante psicologa. Mi è venuta voglia di scrivere qualcosa su quelle considerazioni perché le ho lette divertendomi di gusto: trovo che si tratti delle idee tra le più maschiliste, reazionarie, bigotte e psicologicamente superficiali che si possano trovare al momento. 

Ora, premetto che in realtà sono d’accordo con quello che immagino sia il punto di partenza delle considerazioni di questa giovine: il fatto che non è gradevole subire insistenze, che è imbarazzante sentire commenti volgari o espressi in modo volgare, che insomma esiste la buona educazione e che non rispettarla può creare disagio a chiunque, e quindi anche alle donne per strada. Tutto questo ovviamente è così banale (e non legato esclusivamente al genere femminile) da non poter essere oggetto di un post, peraltro piuttosto lungo. Così la nostra prode eroina corregge il tiro e si imbarca in una spiegazione più complessa: l’obiettivo del suo intervento è spiegare ai ragazzi perché non dovrebbero fare complimenti alle ragazze per strada, indipendentemente dal modo in cui lo fanno. 

Sintetizzo le sue posizioni qui di seguito, commentandole velocemente:

1) Il post parte dal presupposto che gli uomini siano “in buona fede”, e che quindi facciano complimenti a caso alle ragazze non perché vogliono provarci o perché sono attratti da loro (orrore!!!!) ma perché vogliono rassicurarle sul loro aspetto fisico.

Qui già è sottintesa la bigotteria implicita di questa donna. L’apparente concessione iniziale (“Non sto mica pensando che voi fate i complimenti perché avete impulsi sessuali!”) nasconde in modo piuttosto goffo l’idea che sia già solo il fatto di essere oggetto di desiderio a costituire una forma di sottomissione da parte della donna. Qui non si parla di “modi”, non si parla di volgarità né di insistenza: se sei attratto da una ragazza e glielo dici, allora sei fondamentalmente un maiale maschilista a prescindere dalla tua educazione e dalle tue maniere. Ovviamente all’autrice non passa minimamente per la testa che i complimenti per strada, i corteggiamenti, gli approcci di qualsiasi genere sono il risultato del fatto che le donne non possono più essere cedute dai genitori a delle specie di acquirenti, del fatto insomma che una ragazza oggi può scegliere. In sostanza: è ovvio che se fai un complimento ad una ragazza per strada, o è perché sei attratto da lei o è perché sei davvero strano (e in quel caso pericoloso). Il punto è che non vedo davvero il problema di questo atteggiamento, laddove è piuttosto chiaro l’inghippo della posizione di questo articolo, e cioè l’identificazione (reazionaria e superficiale) di sesso, discriminazione e sfruttamento. 

2) Per quanto esista un modo non volgare e “strano” di fare complimenti alle sconosciute, c’è comunque una grande probabilità che una ragazza si senta in imbarazzo lo stesso. Questo a causa della società che le ha insegnato, tramite molti esempi di ragazzi volgari e violenti, che subire un complimento e non rispondere con civetteria significa automaticamente essere insultata.


Questa è la considerazione più sensata e condivisibile del post, se non fosse che anche qui traspaiono le strane idee di chi l’ha scritta. Tralasciando il fatto che rimane l’astrazione fondamentale (ripeto, è ovvio che se fai un complimento ad una ragazza è perché sei attratto da lei), quello che non mi piace è il fatto che la “lotta di genere” piuttosto che combattere contro le ipostatizzazioni, contro il fatto che si predetermini cioè il carattere e il modo di essere della “Femmina” a prescindere dai singoli individui, abbia creato al contrario una nuova ipostatizzazione di genere, all’interno della quale i gusti della donna sono ridotti a quelli che un certo tipo di società maschilista e bigotta ha voluto far passare: la Donna è un tenero fiorellino delicato che ha bisogno della tutela della società e degli uomini illuminati, e soprattutto non ha desideri né impulsi sessuali. Francamente, dal momento che si escludono a priori quei casi di semplice maleducazione sopra menzionati, trovo che sia un dato psicologico banale il fatto che la stessa cosa può essere molestia sessuale o un fichissimo complimento a seconda di chi la dice. Insomma, che “il mittente è il messaggio” è una verità bipartisan, che vale per rapporti interpersonali di qualsiasi genere. 

3) L’idea che le ragazze abbiano bisogno dei complimenti degli uomini per sentirsi sicure significa innanzitutto che gli uomini pensano di avere un qualche diritto di giudicare il loro aspetto, e che quindi credano che in qualche modo il corpo femminile sia di loro proprietà, a loro indirizzato, che le donne insomma stiano lì per loro. Dall’altro lato, questa insicurezza non si combatte con complimenti, ma facendo in modo che le ragazze lottino per rompere gli assurdi standard estetici che la società (malvagia) impone loro. 


Una cosa del genere, scritta oggi, è quantomeno curiosa. Viviamo in un contesto sociale nel quale gli uomini sono sempre più sottoposti a criteri estetici stringenti, in cui i divi del cinema, i modelli, le linee di abbigliamento e di trucco (!!!) da uomo delineano un’immagine molto nitida di come un uomo deve essere per piacere alle donne. Storicamente, ogni cultura è accompagnata da determinati canoni estetici e fisici, e non vedo come questo possa essere un problema; mi sembra anche, nonostante le evidenti differenze di proporzione, che nella nostra società la moda abbia assicurato un certo “pluralismo” estetico, la possibilità per diversi tipi fisici e culturali di considerarsi adeguati esteticamente. Insomma, anche qui mi sembra che alla base delle considerazioni ci sia da un lato questo bigottismo asessuato che nemmeno i più fervidi cattolici, dall’altro quel fastidioso democraticismo estetico che davvero mi preoccupa, e che si scaglia a prescindere contro l’idea che alcuni possano essere considerati belli e altri brutti, così come a livello sociale alcuni possano essere considerati intelligenti e altri stupidi. 

4) L’idea che indossare vestiti succinti autorizzi gli uomini a pensare che una ragazza cerchi attenzione è maschilista e morbosa, dal momento che una ragazza può indossare abiti succinti anche perché “le piacciono”, o perché “fa caldo”, o perché “si vuole abbronzare”. 

 

Qui entra nuovamente in gioco quell’astrazione di cui ho parlato prima. Non si parla mai delle donne, ma c’è “la Donna”, questo curioso animale asessuato che è sempre vittima delle pressioni sociali, che non ha mai desideri, mai preferenze, e che è Donna con la “D” maiuscola solo quando non fa del sesso uno degli aspetti “attivi” della sua vita. In sostanza, si reintroduce sotterreaneamente quella distinzione maschilista tra Sante e Puttane che le femministe stesse avevano fatto tanto per eliminare. L’autrice riconosce agli uomini l’influenza della società, il fatto quindi che si facciano sobillare nei propri gusti sessuali dalla pubblicità e dal mondo dello spettacolo, e tuttavia non riconosce lo stesso tipo di influenza nei confronti delle ragazze, il fatto quindi che “sotto sotto” se una ragazza si veste scollata è anche per determinate influenze che la portano a voler essere più attraente e più sexy. Sia detto per inciso: NO, l’insicurezza delle ragazze non nasce dal fatto che la società impone loro modelli estetici assurdi, ma dal fatto che chi non è adeguato a questi modelli teme di non essere attraente. Di nuovo, qui il problema fondamentale sta nel considerare l’erotismo e l’attrazione sessuale tra i due generi come un elemento maschilista e socialmente indotto invece che naturale. Boh, i pavoni saranno maschilisti. 

 

Da questi punti fondamentali arriva la fantastica conclusione: “In un mondo perfetto si potrebbe dire ad una ragazza che è bona e lei si limiterebbe a sorridere e ringraziare, perché non ci sarebbe una storia millenaria di donne usate e abusate carnalmente dagli uomini, non ci sarebbe l’idea che la bellezza femminile sia per gli uomini, non ci sarebbero standard estetici pazzeschi. Fare un complimento ad una donna sul suo aspetto fisico sarebbe come fare dei complimenti ad una persona sulla sua bicicletta o sulle sue scarpe o sul colore dei suoi capelli; tutto ciò non porterebbe il fardello che porta in questo mondo”. 

Visto? In un mondo in cui i corpi femminili sono come oggetti inanimati, tutto funziona a meraviglia. Avevo un sacco di cose da dire su questa conclusione, che mi sembra davvero splendida, ma dopo tutto quello che ho scritto mi sa che parla da sola.

Viva le biciclette!!!!

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Miti e supereroi

In questi giorni esce nelle sale italiane il nuovo film su Iron Man, e devo dire che la trilogia dedicata a Tony Stark ed alla sua graziosa armatura tengono fede ad un ottimo trend di produzioni cinematografiche legate al mondo dei fumetti. In generale, guardando questi film, diventa ancor più chiaro che sulla carta il collegamento tra il mondo dei supereroi e le saghe mitiche che arricchiscono religioni e tradizioni di tutto il mondo. 

Che la cultura pop sia popolare ma non per questo caciarona e dozzinale è un dato chiaro da tempo, eppure fa ancora un certo effetto vedere paralleli tra opere di alta letteratura e albi colorati, tra personaggi vecchi di migliaia di anni e figure che ci facevano sognare da bambini e ci divertono al cinema da adulti. Nonostante tutto questo è abbastanza chiaro, in fin dei conti, che i paralleli sono necessari più che possibili, che Batman è una rivisitazione contemporanea del mito di Antigone, che Superman è una versione action di Cristo, che il Dr. Manhattan potrebbe essere studiato leggendo la Summa Theologiae di San Tommaso. 

Ancora più di questo, è diventato evidente dallo sfruttamento multimediale dei personaggi Marvel e DC un altro punto di contatto tra mitologia e fumetti: proprio come nei miti, i vari supereroi diventano delle figure stilizzate denotate da un certo numero di caratteristiche essenziali, ma liberamente reinterpretabili nel loro carattere e nella loro storia in racconti di diverso genere che non devono necessariamente collimare tra loro. La teoria degli “universi paralleli”, insomma, è il non detto fondamentale del discorso mitico che è stato semplicemente introdotto esplicitamente dal mondo dei fumetti. Proprio come gli eroi greci e le grandi figure mitiche della religione, i supereroi trasmettono e incarnano valori universali, veicolati sempre attraverso narrazioni che fondono questi ultimi con l’attualità e la storia.

Quanto ad Iron Man, è abbastanza semplice identificare Tony Stark come un ribaltamento dell’uomo faustiano. Al contrario di Faust, che è costretto a vendere l’anima al Diavolo per ottenere ciò che desidera, Tony Stark fa tutto da solo, perfetta incarnazione del self-made man americano; al volto grigio e demoniaco della civiltà industriale si contrappone la voce conciliante della macchina ipertecnologica, alle coltri minacciose di fumo la luce azzurra dell’energia eternamente rinnovabile, allo sguardo morboso dell’alchimista la scanzonata disinvoltura dell’ingegnere. Nonostante tutto, però, questo terzo capitolo riesce ad essere tutto sommato reazionario. Proprio nel celebrare il mondo delle macchine come una sicura oasi di comodità e potere, la trama di Iron Man 3 orienta lo sguardo sui pericoli delle nuove frontiere, della genetica e delle biotecnologie. E’ così che la beata ingenuità di un personaggio poco interessato alle questioni etiche lascia spazio alle riflessioni sui limiti della scienza, sui pericoli della tecnica e su quanto un paio di belle esplosioni siano un buon supporto ai trattati di filosofia. 

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Eutanasia e fantascienza

In tempo di crisi economica le questioni etico-sociali passano un po’ di moda. Improvvisamente, dunque, non ci sono più malati che vogliono morire, donne che voglio abortire, omosessuali che si vogliono sposare e così via. E’ comprensibile, eppure è vero che i problemi economici sono spesso legati a questioni sociali: la povertà e la denutrizione sono legati all’ambiente, l’ambiente è legato alla sovrappopolazione ed al progresso tecnologico (a loro volta correlati), e il progresso tecnologico è, in fin dei conti, anche una questione etica. 

In particolare pensavo alla questione dell’eutanasia. Il problema nasce semplicemente per via del fatto che attualmente siamo capaci di garantire il proseguimento delle funzioni corporali e organiche (a ognuno la scelta di chiamarla vita o meno) oltre la durata immediatamente garantita dall’ambiente e dalla costituzione del corpo stesso. Il punto è stabilire, in breve, alcune sfumature concettuali: se il diritto alla vita sia dovere della vita, se staccare un macchinario di respirazione artificiale sia uccidere, se la vita artificialmente conservata sia sempre vita. 

La questione, come si vede dalle domande, non è quantitativa, ma qualitativa. E’ per questo che non è inutile fare una domanda a chi crede che “vita” significhi “proseguimento delle funzioni corporee”, e che sia ingiusto non garantire quest’ultimo con tutti propri mezzi: oggi la medicina non è in grado di sostenere artificialmente la “vita” per molto tempo. Immaginiamo però che la scienza progredisca al punto da renderci capaci di proseguire questo stato in eterno, e di garantire quindi una specie di “immortalità vegetativa”. A quel punto diventerebbe immorale non mantenere i pazienti in questo stato per sempre? E soprattutto, dacché il corpo umano è destinato a corrompersi e la morte è una realtà (per il momento) ineluttabile, non diventerebbe immorale lo stesso rifiutarsi, ad un certo punto, di venire attaccati ad un macchinario per sprofondare in questo stato invece di morire? 

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Kynodontas (“Canini”) è un film diretto da Giorgios Lanthimos nel 2009, vincitore del premio “Un Certain Regard” del Festival di Cannes. Ha anche avuto una nomination all’Oscar nel 2011, come miglior film straniero, e se la merita tutta, considerando che riesce a fare con poche migliaia di euro ciò che Tree of Life non è riuscito a fare con svariati milioni: trasformare la vita di una famiglia in una potente metafora etica e filosofica. Indipendentemente dal fatto che si legga questo film come una allegoria politica o come una parabola esistenziale, sicuramente il merito del regista è stato quello di aver prodotto una profonda riflessione sul rapporto tra sanità e malattia, complice un’atmosfera impeccabile e una sceneggiatura piena di idee brillanti. 

Kynodontas (“Canini”) è un film diretto da Giorgios Lanthimos nel 2009, vincitore del premio “Un Certain Regard” del Festival di Cannes. Ha anche avuto una nomination all’Oscar nel 2011, come miglior film straniero, e se la merita tutta, considerando che riesce a fare con poche migliaia di euro ciò che Tree of Life non è riuscito a fare con svariati milioni: trasformare la vita di una famiglia in una potente metafora etica e filosofica. Indipendentemente dal fatto che si legga questo film come una allegoria politica o come una parabola esistenziale, sicuramente il merito del regista è stato quello di aver prodotto una profonda riflessione sul rapporto tra sanità e malattia, complice un’atmosfera impeccabile e una sceneggiatura piena di idee brillanti. 

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