Sulla critica e altri slogan

In questi giorni sono tornato nella mia città, e la cosa ha provocato in me una vera e propria febbre bibliomane: ho comprato molti, troppi libri, e questo mi ha dato occasione di trascorrere ore alienanti tra gli scaffali ed escogitare deliri riguardanti il panorama editoriale degli ultimi anni. 

Se si scorrono superficialmente titoli e sottotitoli dei principali saggi culturali (in particolare filosofici) pubblicati di questi tempi, è difficile non accorgersi di alcune costanti. Costanti che faccio fatica a non trovare di origine retorica: non voglio essere a tutti i costi sospettoso, ma all’idea che la ricerca di sociologi, psicologi, economisti, antropologi e filosofi converga miracolosamente verso un decalogo di risultati comuni mi riesce troppo seducente sostituire il dubbio che costoro abbiano trovato facili formule per risultare più digeribili ai colleghi e al pubblico. 

Di seguito sciorino alcune di queste formule:

- Il plurale domina sul singolare. Non esiste la filosofia, esistono “le filosofie”; non esiste il sapere, ma esistono “i saperi”, non esiste il cocomero ma i cocomeri, e così via. C’è stato un periodo, nella mia vita di studente, in cui ogni corso, ogni seminario, ogni presentazione prevedeva un momento dedicato a ripetere liturgicamente questa manfrina, con autocompiaciuto sentimento pluralistico.

- Il possibile prevale sul necessario. Le meraviglie del possibile, l’universo del possibile, la lotta per il possibile, l’oceano del possibile, i mondi comunque possibili: tutti titoli (possibili, ovviamente, ma talvolta reali) per libri contemporanei. 

- La differenza sconfigge l’identità. Anche qui i titoli possibili (ed effettivi) si sprecano, e il lemma si accompagna a tutte le sue infinite declinazioni politiche, sociali, epistemologiche, estetiche e quant’altro. Ovviamente però, attenzione, non esiste la differenza: solo le differenze.

- Il post-tutto ha preso il post(o) del futuro. Siamo nell’epoca del superamento trascendentale, abbiamo visto tutto e metabolizzato tutto: ci è offerto solo il recupero, abbiamo ucciso l’avvenire. 

Ora, è mio fermo timore che questi slogan, ripetuti fino alla nausea in innumerevoli conferenze, eventi pubblici, articoli, editoriali, saggi specialistici e pubblicazioni divulgative, nascondano il più grande morbo di cui la cultura possa ammalarsi: l’adesione incondizionata all’opinione comune, l’elaborazione teorica che non vuole più essere progresso, ricerca spassionata e spesso correzione, ma semplicemente un modo più raffinato e chic di dire esattamente ciò che direbbe chiunque. Diciamo il banale in modo ricercato.

Con questo non voglio dire che il pensiero debba necessariamente essere anticonformista e allontanarsi dall’opinione comune. Aristotele, che rimane per me tra gli esempi sommi da seguire per qualsiasi intellettuale, partiva sempre rigorosamente dal terreno delle convenzioni e delle tradizioni - ma vi si rapportava in modo critico. Quelle opinioni erano esattamente ciò che andava discusso.

Ironicamente, questo spirito critico sembra mancare: proprio oggi, in un’epoca in cui quello della critica è l’ultimo grande feticcio ripetuto e sbandierato da qualsiasi intellettuale che si rispetti (???). Abbiamo una critica per qualsiasi cosa, e libri su libri che contengono questo fantastico passepartout dello spirito nel titolo, perfettamente esemplificato dalla dolciastra immagine dell’andare “controcorrente”. Ma la critica condotta per moda è il contrario della critica - è la pantomima di se stessa, un seguire la corrente nuotando di spalle. C’è il rischio di fingere di criticare tutto, per nascondere ciò che non si vuole e non si può criticare. C’è bisogno di una critica della critica. Anzi, delle critiche. Possibili. Una post-critica. Insomma, avete capito. 

Sul Cinema e altre esperienze social

Oggi sono andato al cinema con la mia acerrima nemica. Abbiamo guardato l’ultimo film di Von Trier, che innumerevoli occasioni ha dato ad antropologi e sociologi della domenica di analizzare i più beceri meccanismi del narcisismo post-facebook: un film di cui tutti dicono solo e unicamente che è praticamente un porno, solo per poter specificare che sono così intellettuali e profondi da non andarlo a vedere - ovviamente - perché è un porno. Fenomenale. 

Nella pellicola c’è un momento in cui un personaggio, ebreo, fa un’importante differenza tra antisionismo e antisemitismo, criticando chi tenta di appiattire la differenza tra i due termini: a molti nella sala è venuta in mente l’eclatante figuraccia fatta da Von Trier a Cannes, quello sconcertante episodio di umorismo fallito per cui il regista danese rimarrà in eterno degno della mia simpatia. Hanno riso tutti. In quel momento ho realizzato una cosa curiosa sul cinema come mezzo di comunicazione.

Non vado spesso al cinema. Vedo circa un film al giorno, ma lo faccio al pc, e tutti battono sulle solite differenze tra i due tipi di esperienza: certo, la qualità e la grandezza dell’immagine, il suono che ti avvolge e sovrasta i tuoi pensieri - ma anche, e soprattutto, il fatto che il cinema creerebbe un mondo separato in cui lo spettatore è solo davanti alla vicenda narrata, invogliato a perdersi in essa, rompendo il legame con l’ambiente e con la sua quotidianità. La sala è buia, la luce smaterializza le pareti e il pubblico - e quindi l’esperienza cinematografica sarebbe per eccellenza individuale, quasi solipsistica, con tutti gli elogi e le critiche che questa caratteristica ha attirato da parte di critici e cineasti. 

Ma per me non è affatto così. Quando vedo un film al pc, certo, vedo ancora la mia stanza e ho la chiara percezione di trovarmi sempre nel mio letto, o alla mia scrivania. Ma sono da solo. So di essere da solo, e questa consapevolezza è più forte di qualsiasi impressione artificiosamente indotta da luci e schermi giganti: il film è un momento di riflessione, totalmente piegato ai miei bisogni (posso stopparlo e andare indietro, vederlo a pezzi e mandarlo avanti). 

Il cinema è un’esperienza sociale: mentre nella sala tutti ridevano, io ridevo con loro e il film ha acquisito un valore che nella solitudine della mia stanza non avrebbe mai assunto. La consapevolezza stessa di trovarmi in una folla, da sola, cambia totalmente l’esperienza della visione: si tratta di un momento comunitario, in cui si condivide un linguaggio pubblico e ci si conforma alle reazioni della folla - al cinema ci si commuove, si ride e ci si indigna principalmente perché lo fanno tutti gli altri, o perché ci si aspetta che lo facciano. È il motivo per cui le commedie sono più divertenti viste in compagnia. 

Insomma, al cinema io non sento alcuna separazione dell’anima dal corpo, alcuna magica fusione con l’immagine. Anzi, il buio mi aiuta a percepirmi come parte di un insieme di sguardi e voci, la cui presenza mi è perfettamente nota in ogni momento della rappresentazione. Al cinema si vede insieme: in questo, forse, si cela la vera opportunità, o il vero pericolo.

Sono giunto a quell’età in cui la vita è, per ogni uomo, una sconfitta accettata. Dire che ho i giorni contati non significa nulla; è sempre stato così; è così per tutti noi.

M. Yourcenar, Memorie di Adriano (1951)

È per noi che esiste l’università, per i diseredati del mondo. Non per gli studenti, non per la disinteressata ricerca della conoscenza, né per le altre ragioni che sentite dire. Quelle sono solo una copertura, come quei pochi individui normali, idonei al mondo, che di tanto in tanto accogliamo tra noi. Ma è tutto fumo negli occhi. Come la Chiesa nel Medioevo, cui non interessava un fico secco né dei laici né di dio in persona, ci servono dei pretesti per sopravvivere. E sopravviveremo, perché così dev’essere.

John Williams, Stoner (1965)

L’uso dell’uomo è un romanzo pubblicato nel 1985 da Aleksandar Tisma, e ritradotto quest’anno negli Stati Uniti. Il successo di un’opera del genere, tra le poche ad aver portato la letteratura serba sulla ribalta internazionale, non è difficile da comprendere: sarebbe da inserire nel genere dei romanzi sull’Olocausto, e si tratta in ultima analisi di questo. Ma solo in ultima analisi.
Soprattutto, la caratteristica principale della scrittura di Tisma non sfuggirà a chi è abituato a leggere cronache più o meno realistiche dell’esperienza dei campi di concentramento. Come a mimare gli effetti della persecuzione con la penna, anzi, quasi come a voler completare nella scrittura ciò che ai nazisti non è riuscito nella realtà, le opere sulla Memoria hanno di solito la tendenza ad annichilire le personalità dei loro protagonisti, trasformandoli in semplici burattini accidentali di una più grande Vicenda Storica, vera protagonista del libro. I personaggi sono svuotati, tratteggiati velocemente o addirittura assenti: a comparire sulla pagina sono il Dolore, la Vergogna, ma soprattutto la ripetizione meccanica di facili identità riassunte in pochi termini: Giudeo, Vittima, Schiavo. 
Il romanzo di Aleksandar Tisma non è affatto così: questa storia decennale, che inizia e si conclude nel paesino serbo di Novi Sad, attraversa il delirio dell’Olocausto descrivendolo più come un’immersione, una apnea, in cui l’interesse rimane incentrato sulle irriducibili singolarità dei protagonisti. Vera Kroner, Sredoje Lazukic e tanti altri, raccontati nella propria crescita e nella molteplicità delle esperienze, sono più finestre aperte su un mondo dilaniato dalla follia nazista ma non vinto da essa, veri e propri organismi letterari che non si prestano al facile gioco di una denuncia travestita da romanzo. 
A tutto questo si aggiunge lo stile di Tisma, una perentoria epica della miseria (ma anche della tenacia) umana che colpisce e commuove, coniugando una sensibilità unica alla capacità non comune di proporre idee senza fare ideologia. 
Leggetelo, assolutamente. 

L’uso dell’uomo è un romanzo pubblicato nel 1985 da Aleksandar Tisma, e ritradotto quest’anno negli Stati Uniti. Il successo di un’opera del genere, tra le poche ad aver portato la letteratura serba sulla ribalta internazionale, non è difficile da comprendere: sarebbe da inserire nel genere dei romanzi sull’Olocausto, e si tratta in ultima analisi di questo. Ma solo in ultima analisi.

Soprattutto, la caratteristica principale della scrittura di Tisma non sfuggirà a chi è abituato a leggere cronache più o meno realistiche dell’esperienza dei campi di concentramento. Come a mimare gli effetti della persecuzione con la penna, anzi, quasi come a voler completare nella scrittura ciò che ai nazisti non è riuscito nella realtà, le opere sulla Memoria hanno di solito la tendenza ad annichilire le personalità dei loro protagonisti, trasformandoli in semplici burattini accidentali di una più grande Vicenda Storica, vera protagonista del libro. I personaggi sono svuotati, tratteggiati velocemente o addirittura assenti: a comparire sulla pagina sono il Dolore, la Vergogna, ma soprattutto la ripetizione meccanica di facili identità riassunte in pochi termini: Giudeo, Vittima, Schiavo. 

Il romanzo di Aleksandar Tisma non è affatto così: questa storia decennale, che inizia e si conclude nel paesino serbo di Novi Sad, attraversa il delirio dell’Olocausto descrivendolo più come un’immersione, una apnea, in cui l’interesse rimane incentrato sulle irriducibili singolarità dei protagonisti. Vera Kroner, Sredoje Lazukic e tanti altri, raccontati nella propria crescita e nella molteplicità delle esperienze, sono più finestre aperte su un mondo dilaniato dalla follia nazista ma non vinto da essa, veri e propri organismi letterari che non si prestano al facile gioco di una denuncia travestita da romanzo. 

A tutto questo si aggiunge lo stile di Tisma, una perentoria epica della miseria (ma anche della tenacia) umana che colpisce e commuove, coniugando una sensibilità unica alla capacità non comune di proporre idee senza fare ideologia. 

Leggetelo, assolutamente. 

Ha la sensazione che tutta la Germania sia un enorme manicomio, dove migliaia e migliaia di pazzi, dal primo all’ultimo, con coerenza e in accordo gli uni con gli altri, pronunciano parole, compiono azioni, realizzano idee che sono fuori dalla ragione: la fredda, immaginaria costruzione della follia. Ma una costruzione logica, compatta, come un muro di cemento nudo, innalzato senza motivo. Non c’è modo di sfuggirgli, in ogni direzione c’è il vuoto, lei, Vera, vi si aggira senza contatto con chicchessia e, quando ha descritto l’intero cerchio, si trova nuovamente di fronte a quel muro di cemento nudo, freddo, alto fino al cielo, inutile, immaginario ma impenetrabile al suo grido interiore.

Aleksandar Tisma, L’uso dell’uomo (1985)

La Bibbia, quel superbo trattato di morale a uso di sassi, rocce e menhir, ci insegna ammirevoli principi pietrificati: “Sia il vostro linguaggio: sì, sì; no, no; il superfluo procede dal maligno” - e quanti vi si attengono sono esseri granitici e tutti d’un pezzo, che hanno la stima della gente. Al contrario, vi sono creature incapaci di comportamenti così solidi, creature che, per avanzare, possono solo intrufolarsi, infiltrarsi, aggirare. Quando si domanda loro se vogliano o no sposare uno, quelle suggeriscono fidanzamenti, nozze liquide. I patriarchi petrosi vedono in loro delle traditrici o delle mentitrici, quando invece sono sincere al pari dell’acqua. Se sono acqua, che senso ha che io ti dica sì, ti sposo? Sarebbe quella la menzogna. Non si trattiene l’acqua. Sì, ti irrigherò, ti elargirò la mia ricchezza, ti rinfrescherò, placherò la tua sete, ma cosa ne so di quale sarà il corso del mio fiume, tu non ti bagnerai mai due volte nella stessa fidanzata.

Amélie Nothomb, Né di Eva né di Adamo.

Sull’enigmistica e altri sentieri oscuri

La mia acerrima nemica mi ha regalato, tempo fa, due testi. Uno l’ho appena finito, per la seconda volta. È curiosa la sorte di questi libri: ne ricordavo ogni singolo passaggio, e a partire dalla prima pagina l’ho riconosciuto, ma avevo completamente rimosso il fatto di averlo letto. 

Il secondo libro è un testo sull’enigmistica, di un esperto italiano che reputo uno dei più grandi intellettuali italiani viventi. L’enigmistica risiede interamente in un cortocircuito voluto tra significante e significato, nell’idea che, indipendentemente dal fatto che il mondo abbia un senso o meno, nulla ci impedisce di inventarlo. Si tratta, per me, di un’idea che ha una capacità di seduzione incredibile, in qualche modo demoniaca: per chi dovrebbe avere il compito di trovare il senso del mondo, l’opzione di crearselo è il peccato mortale per eccellenza.

Eppure non posso fare a meno di rimanere estasiato quando scopro che un enigmista ha coniato una definizione anagrammatica di anagramma: lo determini mercé l’esatto / rimescolamento di lettere. C’è qualcosa di geniale, di giocoso ma anche di incredibilmente profondo nell’idea che il senso possa annidarsi in un arbitrio. 

Si tratta anche di qualcosa di profondamente etico. Nell’enigmistica c’è tutto ciò che ritengo essenziale per vivere degnamente: capacità di concentrazione, caparbietà, creatività, raffinato umorismo, rifiuto di dare per scontato l’immediato ma anche dell’arbitrio, inteso come assenza di regole. A volte penso che la vita potrebbe sempre essere un’operazione enigmistica, un assemblaggio libero e geniale di momenti in cui il diletto proviene dal confronto e dall’associazione, dal fatto che la vita è bella innanzitutto perché interessante. Certo, questa scelta è profondamente incompatibile con l’Io, con il principio dell’interiorità, dei sentimenti, dell’irrazionalità. Ma è questo, forse, il più seducente indizio lasciato dagli enigmi: che se si rinuncia al proprio Io, se si rinuncia all’abbandono, se si vive con trasparente concentrazione, l’esistenza può diventare un bellissimo gioco di parole. Non sempre piacevole, ma sempre incredibilmente avvincente. 

CHE FA LA LUSSURIA?

Reca i piacer;
e ne tace le catene.
Animo mina;
a vizi va;
a donna s’annoda;
e la sete sale…
E’ la mortal atro male!

Una fantastica poesia palindromica di don Anacleto Bendazzi.
Nessuna cosa è mai “la stessa cosa” di un’altra cosa. Dipende da quanto si è paranoici con i dettagli.

Stefano Bartezzaghi

Sulle città e altre scuole

A Torino in metropolitana si ascoltano i Subsonica. Un modo semplice di promuovere la cultura locale, senza fronzoli, proprio come la Metro della città: colori freddi, plastica e metallo, tutto molto scarno ma elegante, per un servizio che garantisce un treno ogni quattro minuti fino a mezzanotte. 

La prima volta che ho preso un treno in questa città ho ripensato alla stazione di Toledo, a Napoli: bellissima, quasi plateale nello sfoggio di decoro e virtuosismi architettonici…kitsch, per alcuni. Sicuramente non funzionale: il primo giorno di apertura ci pioveva dentro (e parliamo di decine di metri sottoterra), e mi chiedo come si facciano a dare centinaia di migliaia di euro ad un tipo che non sa assicurare a un edificio la sua funzione principale. 

Napoli è barocca. In breve: plateale, chiassosa, assolutamente poco attenta all’uso delle cose, ma costantemente proiettata verso il loro senso, verso quel mondo di “valori” che in un paese pienamente sviluppato è offerto dalla coscienza civile, ma dove regna il folklore è dato dalle tradizioni, i costumi, i proverbi, le superstizioni….

Ciò che mi spaventa è l’idea che io possa essere altrettanto barocco. Che l’arrivo a Torino mi metta davanti alla mia scarsa abitudine a fare cose utili, ad essere attivo dove e quando serve. Il timore è che una città del genere possa rivelare la natura altamente retorica delle mie capacità, e smascherare i limiti di chi si è sempre misurato con altri criteri, criteri diversi e - in questo caso - peggiori. 

Forse è questa la natura delle città: sono davvero una seconda pelle, una seconda identità dell’individuo. Lo costringono a farne parte non come un oggetto in una scatola, ma come un liquido in un contenitore. Forse ho assunto la forma di Napoli.

Insomma, a Torino mi aspettavo di trovare la pioggia, ma ancora non c’è stata. Quando avverrà, chissà se mi pioverà dentro. 

Sulla Donna e altre maiuscole.

Domani è la Festa della Donna. Non la festa delle donne, sia chiaro. Le donne, quelle con la minuscola, sono un fastidioso ostacolo per la lotta di genere, dal momento che possiedono un difetto necessario quanto fatale: non sono “solo” donne. 

Come quando ci si riempie la bocca con l’Uomo, sempre quello con la maiuscola, ascrivendo a esso incredibili capacità creative e artistiche, profonde intuizioni poetiche e filosofiche, competenza tecnica e maturità scientifica. Sorvolando, chiaramente, sulla stragrande maggioranza della popolazione umana, ossia degli uomini, quelli con la minuscola, che con tutta questa roba hanno contatto quasi sempre per una frazione infinitesimale delle loro grame esistenze. Per non parlare del Maschio, quello dominante, virile, eretto, prestante, guerriero e anche un po’ maiale. Perché insomma, Lino Banfi lo conosciamo tutti. 

La caratteristica della Donna, quella con la maiuscola, è precisamente quella di non essere nient’altro. L’identità di genere è il macigno che pesa su ogni discussione pubblica, scudo e croce di ogni donna impegnata in un confronto. Non importa se sei una studentessa, una commessa, un’appassionata di filatelia, una criminale o una fan sfegatata di una ricetta, non importano le tue passioni, i tuoi sogni, la tua professione, nemmeno il tuo nome: l’importante è che tu sia Donna, ed è questo il significante intorno al quale tutto il resto deve disporsi come un mero accidente. Ma è un significante che deve rimanere vuoto, privo di significato: ogni sua determinazione, anche solo zoologica, è maschilismo, discriminazione. E la discriminazione non va bene, salvo criticare una delle feste più discriminatorie di sempre (quella di oggi) non perché, semplicemente, esiste, ma perché limita questa discriminazione ad un solo giorno, laddove invece la Donna, quella con la maiuscola, vorrebbe essere discriminata sempre. 

E allora tanti auguri alla Donna, se da qualche parte esiste e mi sono perso questa sensazionale notizia. Alle donne, invece, l’augurio di essere ricordate con il loro nome, amate per i loro meriti, riconosciute per i loro sogni. E che ogni tanto si dimentichino le maiuscole.

Su Carnevale e altre truffe.

L’immagine agghiacciante di un uovo schiantato contro un manifesto funebre mi ha ricordato che siamo a Carnevale. Di questa festa mi è sempre piaciuta un sacco la definizione più celebre di tutte: Carnevale è il mondo alla rovescia. Il problema, però, è che oggi si identifica la data con una specie di enorme asilo nido a cielo aperto, in cui le strade sono ricoperte di bambini pelosissimi e coloratissimi, e di mamme esagitate per la presenza di piccoli punk armati di uova. 

Ora, io vieterei il Carnevale ai bambini. I bambini non hanno abbastanza coscienza civile per comprendere il valore del sovvertimento, e senza sovvertimento non ha senso fare una festa del genere. Però mi dispiace che gli adulti non siano da meno, e che abbiano trasformato questo giorno in una specie di scusa per rincoglionirsi un po’, facendo - dicono loro - ciò che non possono fare di solito. Ecco, il problema è che con ciò non si dovrebbe intendere il vestirsi da giaguaro, l’ubriacarsi come ogni sabato sera e l’inzaccherare un intero paese con carta colorata; piuttosto bisognerebbe pensare a sconcertanti manifestazioni di frenesia sessuale, omicidi non premeditati, caccia al politico legalizzata per un giorno, eliminazione della differenza tra uomo e animale e totale eliminazione di ogni usuale contrassegno della cosiddetta “dignità” occidentale. 

La domanda quindi è questa: perché Martedì ci si ritrova a bere un Angelo Azzurro travestiti da Parmigiano Reggiano, invece di essere imbrattati di sangue ad affogare tra le tette di un trans mentre veniamo sodomizzati con un manganello rubato ad un poliziotto morto? Temo che il problema sia che non c’è niente da sovvertire, che non c’è più un mondo da rovesciare: è un po’ carnevale ogni giorno, con le legittime critiche alla polizia ed alla politica, con i piccoli e innocui reati, con il porno e - peggio ancora - gli show televisivi, e l’industria d’intrattenimento che cerca di convincerci costantemente che il Paradiso è qui e ora, che è sempre, che non dobbiamo aspettare per averlo. 

Ma io voglio aspettare. E’ connaturato alla natura umana qualcosa di abominevolmente perverso, morboso, e ovviamente liberatorio. Tutto ciò non ha senso se non viene covato, se non è illegale, se non è costretto ad esplodere in un plateale annichilimento di tutto ciò che usualmente viene considerato civile e umano. Abbiamo perso la natura dialettica dell’intrattenimento e della disobbedienza; e come, spesso, non siamo all’altezza dei nostri diritti, spesso non siamo nemmeno abbastanza per i nostri desideri. 

R. Rauschenberg - Disegno di De Kooning cancellato (1953)

Negli anni ‘50 questo giovane artista americano ha chiamato De Kooning, a quel tempo apprezzato espressionista astratto, e gli ha chiesto di fargli un disegno che lui potesse poi cancellare. Il risultato è quest’opera d’arte esposta a San Francisco, una sorta di ready made più metalinguistico del solito. Mi piace molto, ma confesso che a volte l’arte contemporanea sembra portare fino alle estreme conseguenze il principio dell’uovo di colombo: è come essere premiati con due milioni di euro per aver inventato un nuovo gioco di parole. 

Sull’università e altri ospedali

Oggi si è laureato un mio amico, un dandy suburbano dalla lingua sciolta e dalle vaghe tendenze psicanalitiche. Tralasciando l’esito della sua discussione - è stato l’unico a parlare senza dare l’impressione di avere una bomba attaccata allo scroto - in quelle due ore strazianti mi sono soffermato sulla fauna locale. Le aule delle sedute di laurea sembrano dei centri di degenza, degli ospedali, anzi meglio: degli studi dentistici. I candidati boccheggianti, con le facce tumefatte dal terrore, che abbracciano parenti e amici strafottendosene di chi in quel momento è sulla graticola, mentre tutti gli altri si guardano intorno con espressione ebete cercando un modo per far passare il tempo. Poi passa la seduta e giunge il sorriso risolutore, la felicità posticcia di chi si sente bene e guarito, migliore, al di là di qualcosa: tutti danno una bella pacca sulla spalla, e si torna a casa come dopo un’operazione alle tonsille. 

La laurea presenta gli stessi sintomi di una guarigione subitanea e miracolosa, della fine di un lancinante dolore fisico o della paura di provarlo. Ma ad essere uguali sono solo i sintomi: una guarigione è una cosa seria, una laurea è un episodio insulso, in cui un branco spettatori privi di coscienza e di interesse sono tenuti a subire la noia fino al momento in cui sembra che sia cambiato tutto. Ma non è cambiato niente. 

Il mio pensiero, in questo caso, va alle uniche vittime di questi veri e propri riti sacrificali, ovviamente presentate come carnefici: i professori, che sono costretti a subire puttanate per tre ore tappandosi le orecchie, sbadigliando, passeggiando, a volte intervenendo per poi pentirsene immediatamente, infine consegnando lauree con voti inauditi, costretti dalla loro stessa passata incoscienza. Perché in fin dei conti quella gente in seduta ce l’hanno portata loro: vittime quindi, ma di sé stessi.