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Jul 31, 2014 / 3 notes

Cronache parigine - II

Il mio sodale parigino (tipo dal temperamento poco sobriamente filosofico) mi racconta che a Parigi la popolazione di colore ha inventato un grazioso neologismo: Bounty. In questo modo chiamano i negri sbiaditi, quelli che si sono imborghesiti e hanno abbandonato le proprie radici: negri fuori, bianchi dentro. Meraviglioso.

Jul 31, 2014 / 5 notes

Cronache parigine - I

Il mio viaggio verso la capitale del francesume assortito inizia all’insegna della goliardia: l’impiegata al check-in mi dice che non c’è bisogno di stampare il biglietto, basta averlo in formato elettronico, e pensa evidentemente a uno smartphone. Io, che ho un phone ma che non sono particolarmente smart, tiro fuori il mio comodo pc da 17 pollici, e le sciorino un file pdf con la carta d’imbarco. Ilarità in sala, la signora dice “No, ci voglio provare”, e punta con fare avventuroso la pistola laser contro lo schermo. Fallisce miseramente. Dopo qualche tentativo lo sfizio passa, troviamo una soluzione empirica, fuggo verso l’imbarco e mi faccio palpare da un simpatico giovane lampadato prima di sfrecciare verso l’inclito mezzo. Capito al fianco di due fieri esponenti della razza partenopea, fieri di ignorare qualsiasi lingua straniera (italiano compreso), spudorati nel chiedermi di fare da interprete per ogni occasione utile: i deliri dell’effemminatissimo pilota, le indicazioni delle hostess, le contrattazioni per una fondamentale bibita energetica al modico prezzo di 3.80 euro durante il volo. L’arrivo a Parigi è all’insegna della delusione: l’aeroporto somiglia tragicamente a quello di Napoli, la macchina dei biglietti non funziona, la fila è immensa, le guardie sono dei loschi figuri slavi dall’occhio evidentemente proiettato nostalgicamente verso il bar della stazione. Il treno per il centro mi conduce attraverso un panorama fatto di sterpaglie, grigiore, affreschi urbani: mi sento per un momento a casa. Poi arriva la città, e il mio sodale pensa bene di inaugurare il mio tour con il quartiere algerino: Parigi passa per città cosmopolita, ma in realtà è una specie di parco a tema diviso in ghetti separati dallo stile, dai prezzi e dall’odio razziale. Ma di questo, più avanti.

Jul 22, 2014 / 10 notes

La profezia di Borges

Nel mondo ci sono cose gravi, e cose meno gravi. Non sono mai riuscito a regolarmi al riguardo in modo soddisfacente, e stasera, durante una discussione dotta con una piacevole compagna di ventura (nonché malcelata acerrima nemica), mi è sovvenuta una verità sconcertante: nel mondo esistono più copie dei libri di Borges che persone in grado di capirli. Borges l’aveva detto: stanno scomparendo i lettori, mentre gli scrittori fioriscono indisturbati. Le foreste invece sfioriscono, seguendo il destino del lettore, sacrificate in nome di una non ben precisata necessità democratica. Non mi era mai sovvenuto, prima d’ora, il nesso bislacco che sussiste tra democrazia e scrittura: siamo abituati a non stare mai zitti, abbiamo dimenticato il silenzio, e il morboso meccanismo che fa trapassare il diritto in bisogno, e poi in dovere, fa sì che il vuoto sia riempito dal rumore assordante del battere dei tasti.

Che poi, pensandoci, è quello che sto facendo io. Quindi mi fermo. Però insomma, che terribile spreco di carta.

Le cose che mi soffocavano senza che sapessi perché, senza che sapessi che erano quelle che mi soffocavano, che era la stessa cosa quella che mi faceva vivere e mi faceva morire…È quello che avevo cercato… E allora? Avevo cercato la vita subito, il trionfo istantaneo… Bisognava vivere e battersi… Io non volevo battermi… Mi battevo a volto coperto, mi battevo sotto un’armatura invulnerabile, mi battevo con le ombre. Al loro genio opponevo la mia pazienza. vincevo sempre, certo. Baravo. Non sapevo di barare… Ma doveva pure capitare che me ne accorgessi un giorno… Non importa quando, non importa dove… È capitato, logico. È capitato per via di Mila, ma sarebbe potuto venire da altri. Non ha importanza. È cominciato… Il resto, come una maglia ce si disfa… La torre è crollata, un cedimento microscopico dapprima, poi più rapido, sempre di più… Ho cercato di parare i colpi, di proteggermi, di ripartire… ma non serviva a niente…

Georges Perec, Il condottiero (1960)

Jul 20, 2014 / 2 notes
Andres Serrano, Piss Christ (1987)
Jul 20, 2014 / 3 notes

Andres Serrano, Piss Christ (1987)

Gillian Wearing, I’m desperate (1992)
Jul 20, 2014 / 1 note

Gillian Wearing, I’m desperate (1992)

Gabriel Orozco, Cat in the Jungle (1992)
Jul 20, 2014 / 1 note

Gabriel Orozco, Cat in the Jungle (1992)

Eikoh Hosoe, Ucciso dalle rose (1961)
Jul 20, 2014 / 5 notes

Eikoh Hosoe, Ucciso dalle rose (1961)

Norman Parkinson, New York, East River Drive (1960)
Jul 20, 2014 / 3 notes

Norman Parkinson, New York, East River Drive (1960)

"Risorgeva dalle ceneri, il volto cancellato, sfigurato, un uomo distrutto e non più il conquistador, insensato e delirante all’incrocio dei proiettori, il Condottiero. Non più lo sguardo brillante, la cicatrice luminosa, ma la durezza angosciante d’una signoria contraffatta. Non più uomo. Tiranno…"
- Georges Perec, Il condottiero (1960)
Jul 20, 2014 / 1 note

"Risorgeva dalle ceneri, il volto cancellato, sfigurato, un uomo distrutto e non più il conquistador, insensato e delirante all’incrocio dei proiettori, il Condottiero. Non più lo sguardo brillante, la cicatrice luminosa, ma la durezza angosciante d’una signoria contraffatta. Non più uomo. Tiranno…"

- Georges Perec, Il condottiero (1960)

Jul 20, 2014 / 9 notes

Quando una coppia si lascia

Quando una coppia si lascia, è colpa di entrambi. Lui ha detto, ma lei ha risposto. Lei ha offeso, ma lui ha covato. E si avvia il vocabolario del declino, fatto di parole a volte brutte (risentimento, malafede, tradimento, noia, insofferenza), a volte belle (sopruso, complotto, inganno). Eppure non è mai vero che la colpa è semplicemente “di entrambi”. Ma voi davvero ci credete?

Quando una coppia si lascia, la colpa è sempre di uno dei due. C’è sempre un gesto, una dimenticanza, un dettaglio che scatena la rottura. Anni dopo, ripensando all’occasione persa, o anche pochi giorni dopo, si scoprirà che tutto era partito da una macchia su un abito, un brutto tic, un’espressione ricorrente fastidiosa, o forse (quasi sempre) un difetto caratteriale nascosto troppo a lungo, il tentativo ipocrita di mascherare un’incompatibilità destinata a esplodere. Ma non siamo troppo duri: non per forza siamo artefici di ciò che siamo. La responsabilità è sempre nostra, la colpa no. 

Quando una coppia si lascia, è colpa degli altri. Di una famiglia che non ti ha insegnato a rispettare la gente, di un padre troppo duro, una madre troppo emotiva, uno zio squinternato che ti ha messo in testa strane idee, o forse di un amico che ti ha dato troppa fiducia, o troppi problemi, o troppe cattive abitudini. È colpa della povertà, della distanza dai luoghi che vorresti, dalle possibilità che cercavi. È colpa della natura, del tuo aspetto, del suo aspetto, del vostro rimanere come acqua e olio, un meccanismo sempre pieno di sabbia. Che poi, però, tutto questo non toglie quel gesto iniziale, quel litigio, quella risposta sbagliata.

Quando una coppia si lascia, è colpa di tutti. Tutto aveva complottato per arrivare a quel momento, qualche spirito sghignazzante negli abissi della terra o nelle alture celesti già lo sapeva, e si sfregava le mani masticando popcorn e prendendoti in giro perché era già da sempre tutto così sbagliato, ma tu non te ne accorgevi, non te ne volevi accorgere, non te ne potevi accorgere. C’è qualcosa di attraente nel sentirsi vittima di una cospirazione universale: l’idea di essere condannato a un errore madornale mi diverte immensamente, soprattutto se immagino il durare di un rapporto non come l’accadere di un miracolo, ma solo come una pigrizia del tempo. 

E allora l’amore diventa il desiderio di errare con stile. Fare dello sbaglio la propria cura, la propria fonte di bellezza: architettare insieme una sinuosa contromossa al fallimento. 

Jul 19, 2014 / 1 note

L’isola delle scimmie

Ebbene, c’è questo libro magnifico di Patrizia Di Meglio, che offre una presentazione sintetica ma molto completa e interessante della mia isola. “Ischia” è solo l’ultimo nome di questo allegro conglomerato di bellezze naturali e simpatici gaglioffi, boschi e baie, abusivismo al tufo verde e altre amenità. Due nomi passati, Pithecusa e Inarime, lasciano pensare - secondo alcuni studiosi squinternati - alle scimmie. 

Ora, la testimonianza di Strabone, secondo il quale appunto il nome dell’isola deriva da Pithekos, potrebbe essere interpretata come una sagace satira ante-litteram contro l’atroce ignoranza la rusticità di noi indigeni. Probabilmente si tratta solo di un delirio mitografico, ma ciò non mi toglie il diritto di affermare con tono perentorio e un po’ smargiasso: vivo a Monkey Island. 

Ho il ciuffo biondo, tra poco tornerà anche il codino, l’altezza c’è, il pizzetto da ex-sbarbatello si procura senza problemi, la camicia aperta sul modello dei finanzieri a Luglio anche. Devo solo perdere una cinquantina di chili, e sarò un perfetto Guybrush Threepwood, temibile pirata (TM).

AHR!!!! 

Jul 18, 2014 / 9 notes

Diventa ciò che non sei

Ho appena finito di vedere il video di un mio amico, girato in uno dei luoghi più belli della mia isola. Il mio amico è una persona molto tranquilla, dall’espressione pacifica, dai modi rilassati: impossibile litigarci, impossibile sentirlo alzare la voce. Tutti lo immaginavano appollaiato in qualche metro quadrato di ufficio o di cameretta, a giocare ai videogiochi e fare un lavoro poco faticoso. E invece si tratta della persona che conosco che viaggia di più: si è dato a un hobby che si è trasformato in un’esperienza di vita, ha creato una propria rete di relazioni basate su una socialità vera, fatta di interessi e non di doveri o abitudini. Mi ha insegnato che la serenità può vivere anche nel movimento. 

Il mio amico è come la superficie increspata dell’acqua, che descrive movimenti sinuosi capaci di catturare l’occhio e ammaliare lo spirito. Tra l’altro, si tratta esattamente di ciò che fa: descrive traiettorie nell’aria, gioca con il divenire, addomestica il fuoco, scopre le geometrie del corpo e ne ricerca le insospettabili armonie. 

Io non sono come lui. Io sono più come la superficie piatta del mare, che nasconde sotto di sé il vorticare delle correnti. Anche io ero sicuro che avrei trascorso la mia vita tranquillo, sulla mia isola, a studiare e pensare, a ridere e godermi il privilegio di una vita facile. Invece sono andato lontano, e andrò ancora più lontano: farò come il mio amico, con la differenza che queste traiettorie della mia vita non descrivono armonie geometriche, ma sono ancora preda di un brutto gorgo di abitudini, paure e pigrizie. 

E allora devo cambiare. Devo diventare ciò che non sono: perché è questo il contrassegno degli spiriti fecondi, che possono essere altro da sé, e in questo crescere senza spezzarsi. Chi lo sa.

Jul 14, 2014 / 4 notes

Sui mendicanti e altri professionisti

Napoli, metro di Piazza Garibaldi. Cammino per qualche metro affianco a Cristiano Malgioglio, che dà alla mia giornata un tocco al fulmicotone. Entro nel treno, demalgioglizzato stavolta, e provo a finire un libro prima di sprofondare tra le fauci del lavoro estivo. Vengo interrotto dalla solita voce della solita indiana che porge le solite scuse per essere costretta all’azione vergognosa di chiederci qualche spicciolo. Non riesco letteralmente a leggere una parola mentre parla, quindi mi soffermo a ragionare su di lei: ripete sempre esattamente le stesse cose, esattamente nello stesso modo cantilenoso. Poi si aggira tra la folla con mano tesa, mandando avanti il bambino piccolo, addestratissimo. Sa esattamente quanto fermarsi per sfruttare il senso di colpa o l’imbarazzo senza essere mandata a quel paese o perdere tempo inutilmente. Prima di uscire incontra una persona che a quanto pare conosce, le sorride felice, si salutano, l’amica le dà qualche spicciolo e poi parlano del più e del meno. Come se l’avesse incontrata mentre distribuiva volantini, o la fosse andata a trovare in ufficio. Fenomenale.

Ho realizzato improvvisamente che queste persone sono professionisti, in tutti i sensi: hanno mestiere, possiedono esperienza e competenze tecniche, ma soprattutto si ritengono ormai dei lavoratori a tutti gli effetti, forti di un posto a tempo indeterminato. Sanno che tono usare per tagliare l’attenzione dei presenti sullo sfondo del rumore del treno, sanno chi darà loro soldi e chi no. La vergogna snocciolata all’inizio della performance è pura retorica, perché loro non se ne vergognano affatto, anzi hanno intenzione di continuare finché sarà possibile; i guadagni sono statisticamente prevedibili, la tecnica è affinabile.

La prima reazione che ho avuto è stata trovare tutto ciò ammirevole: chi l’avrebbe mai detto, insomma. Ma poi ho provato una sana antipatia. È triste che molte persone siano costrette a chiedere l’elemosina, ma a volte sorge il sospetto che si arrivi a farlo non per necessità, ma per sfrontatezza. Il problema è che chi ha la faccia tosta (e le capacità) di chiedere soldi a sconosciuti in questo modo, di solito avrebbe anche la possibilità di trovarsi un lavoro. Forse è solo che apprezzo la timidezza, l’orgoglio, la fedeltà ai principi, quando sono messi alla prova dalla necessità.  

Ma una versione del Ragnarök scritta nel ventunesimo secolo non può che essere ossessionata dall’ipotesi di una diversa fine delle cose. Siamo una specie animale che sta provocando la fine del mondo in cui siamo nati. Non per malvagità o cattiveria, o almeno non principalmente, ma a causa di una sproporzionata miscela di straordinaria intelligenza, straordinaria avidità, straordinaria prolificità del genere umano, e una miopia biologicamente connaturata.

A. S. Byatt, Ragnarök (2011)

Jul 14, 2014 / 1 note